Torneranno nella regione dei Sudeti, nella Repubblica cèca, dieci milioni di profughi tedeschi?
Se hanno diritto di tornare in Israele (non in Palestina, proprio in Israele) quattro milioni di profughi palestinesi (ma erano 500.000 nel ’48), perché non possono tornare i tedeschi nei Sudeti, nella Prussia Orientale, nelle regioni cedute alla Polonia? E perché i due o tre milioni di profughi giuliani (tanti saranno ormai, con figli e nipoti) non tornano in Istria e in Dalmazia e recuperano tutti i loro beni? E dei quattro milioni di ebrei cacciati mezzo secolo fa dai paesi arabi, che vogliamo farne?
E una volta c’erano i Sudeti
Nel 1938 vivevano nella regione dei Sudeti, nell’allora Cecoslovacchia, tre milioni di tedeschi e 800.000 cechi. Sfruttando abilmente le istanze autonomiste della forte minoranza tedesca nella repubblica nata a tavolino dopo la prima guerra mondiale, ed alla quale era stato fatto indossare dai vincitori un abito d’Arlecchino con i colori boemi, moldavi, tedeschi, slovacchi, polacchi e ungheresi, Hitler si produsse in un altro colpo di mano e a Monaco riuscì, bluffando, ad ottenere da inglesi e francesi il segnale di luce verde per impadronirsi prima della regione dei Sudeti e poi di tutta la Boemia e Moravia, dando vita allo stato-fantoccio di Slovacchia.
La Germania pagò poi (giustamente e meno di quanto meritasse) i crimini di Hitler e del nazismo. La Prussia orientale divenne sovietica, ampie regioni, sempre orientali, passarono sotto la sovranità della Polonia la quale, a sua volta, dovette cedere larghe fette di territorio all’Unione Sovietica.
Naturalmente i Sudeti furono restituiti alla Cecoslovacchia (così come le altre rapine ai suoi danni, quelle polacche e ungheresi, furono sanate).
E accadde anche che i tre milioni di tedeschi dei Sudeti furono cacciati dalle terre che avevano abitato da molte generazioni, e dalle loro case e dalle loro proprietà. Così come i tedeschi dovettero lasciare tutti la Prussia orientale e le terre passate ai polacchi. Una migrazione davvero biblica di milioni e milioni di persone.
E una volta c’erano l’Istria e la Dalmazia
All’Italia andò meglio. La guerra perduta le costò la perdita di terre, alcune delle quali, come l’Istria, sicuramente italiane, ma solo quattro o cinquecentomila italiani che quelle terre abitavano furono depredati dei loro averi, case e terre, cacciati, costretti a cercare asilo in Italia dove, per la verità, l’accoglienza che ricevettero non fu tanto calorosa.
E una volta c’erano 500.000 palestinesi
Furono 500.000 i palestinesi fuggiti, su sollecitazione degli eserciti arabi o cacciati dalle loro terre dagli ebrei nel 1948 e 1949, dopo una guerra sanguinosa che aveva visto il mondo arabo coalizzato contro il nascente Stato d’Israele, i cui improvvisati difensori, armati soprattutto dall’Unione Sovietica per mezzo dei loro vassalli di Praga, ebbero infine la meglio sul numero e sull’odio e stabilirono un paese – un’unghia povera nel vasto mondo arabo del petrolio – diventato poi quello che è oggi: un paese post-moderno, di alta e altissima tecnologia, con un invidiabile tenore di vita.
E dopo sono diventati quattro milioni
Secondo alcuni rilevamenti statistici, quei 500.000 profughi di oltre mezzo secolo fa, sono diventati tre milioni e 734mila. Di loro si chiede, da parte delle autorità palestinesi, il ritorno a casa. Ma non nel costituendo Stato di Palestina. No. I 3.734.000 profughi devono tornare nell’attuale Israele, a Tel Aviv, a Giaffa, a Haifa e così via. Naturalmente devono riavere le loro case (accettabili in sostituzione quelle che sorgono oggi in condomini più o meno lussuosi), e un indennizzo per le loro terre.
Questa l’ultima delle richieste dei palestinesi, dopo che era stato loro offerto il 95% di tutta la Cisgiordania occupata da Israele, ovviamente Gaza, la parte orientale di Gerusalemme e una sorta di condominio su quella che per gli islamici è la Spianata delle Moschee e per gli ebrei il Monte del Tempio, quello dove sorgeva appunto il Tempio distrutto dai Romani e sorretto dal Muro Occidentale, un tempo detto "del Pianto", in ricordo della sua distruzione.
Israele conta meno di sei milioni d abitanti, di cui quattro milioni e mezzo ebrei. Se dovesse accogliere i quasi quattro milioni di profughi palestinesi sarebbe come se l’Italia dovesse assorbire, tutti e subito, non centomila o un milione di immigrati, ma quaranta milioni.
Un solo peso, una sola misura: facciamo due conti
Se i profughi palestinesi, che erano mezzo milione nel ’49, sono diventati oggi quasi quattro milioni, non si vede perché i cinquecentomila ebrei depredati e cacciati dai paesi arabi nello stesso periodo e accolti (e assorbiti) in Israele, non debbano essere diventati anche loro (visto che anche il loro tasso di natalità è alto) quattro milioni.
E’ vero, loro sono stati integrati nello Stato d’Israele, mentre i profughi palestinesi, i loro figli, i loro nipoti, i loro pronipoti sono stati lasciati marcire fino a oggi nei campi allestiti dai paesi fratelli che però di loro non volevano saperne. Anzi, era meglio lasciarli lì perché sarebbero serviti come strumento politico. Appunto, come sta avvenendo ora.
Ma se gli ebrei cacciati dai paesi arabi dopo essere stati depredati di ogni avere sono diventati anche loro quattro milioni, quanto meno dovrebbero avere diritto ad un risarcimento. Si usa. Quattro milioni moltiplicato cosa? Si tratta pur sempre di cinquant’anni da risarcire. Forse si potrebbe andare pari con i quattro milioni di profughi palestinesi.
A proposito di profughi giuliani
Ma se il principio del ritorno vale per i profughi palestinesi, perché non dovrebbe valere per i profughi istriani? Anche loro da mezzo milione, pur essendo meno prolifici sono diventati se non quattro, almeno due o tre milioni. E dal momento che non esiste più la Jugoslavia, alla quale avevamo ceduto terre che oggi appartengono alla Slovenia e alla Croazia, il trattato di pace con la Jugoslavia è nullo. Non solo l’Italia avrebbe diritto a recuperare Istria e Dalmazia, ma a far ritornare in quelle terre (previo recupero di beni, case, terre) i due, tre milioni di profughi giuliani che ne furono cacciati.
Del resto, se è vero che l’Italia ha perduto la guerra, è vero che anche gli arabi hanno perduto tre o quattro guerre. Così, o hanno diritto tutti o non ha diritto nessuno.
Si dice poi due, tre milioni di profughi giuliani cacciati (e non quattro, cinquecentomila) perché così si esprimono i nostri mezzi d’informazione a proposito dei palestinesi. Si dice e si scrive che furono quattro milioni i palestinesi cacciati dalle loro terre, e mai cinquecentomila.
A Praga cosa ne penserebbero? E a Varsavia? E a Mosca?
Ma se il principio del ritorno vale per i profughi palestinesi e per quelli giuliani, entrambi per così dire sconfitti in guerra, lo stesso principio dovrebbe valere per i tre milioni di tedeschi dei Sudeti, che dal 1945 ad oggi saranno diventati almeno nove milioni (oppure venti se il loro tasso demografico fosse stato pari a quello palestinese). Ma diciamo pure nove milioni. Chissà cosa ne penserebbe la Repubblica cèca di restituire a quei nove milioni di tedeschi, i loro beni, le loro terre, le loro case. Forse gli undici milioni di abitanti la Repubblica cèca non gradirebbero accogliere tanta gente, per di più indennizzandola di ogni loro perdita. Ma chissà.
Neppure la Polonia gradirebbe che tornassero i milioni di tedeschi espulsi subito dopo la fine della seconda guerra mondiale.
E che dire della Russia se dovesse prima privarsi del suo grande concittadino Kant e poi restituire Koenisberg e tutta la Prussia ai prussiani?
Una soluzione si può trovare: tutti gli israeliani a mare
I tedeschi hanno (fortunatamente) perduto la guerra. Non riavranno più niente. Ma poi tutti i loro profughi sono stati felicemente, e a carissimo prezzo, assorbiti in Germania.
Anche noi abbiamo (fortunatamente) perduto la guerra. Non riavremo più niente. Ma i nostri profughi giuliani si sono per così dire riassorbiti da soli.
Gli unici a non essere stati mai assorbiti sono i profughi palestinesi, all’unico e proclamato scopo di concorrere con la loro semplice presenza, a cancellare Israele dalle carte geografiche (in molte scuole arabe lo hanno già fatto).
Questo è il senso della loro ultima richiesta, tutte le altre essendo già state accolte.
Che questa richiesta sia un pretesto per non firmare alcuna pace con Israele lo sanno tutti, in Europa come in America, come soprattutto nel mondo arabo. Lo scopo di gran parte del modo arabo e della dirigenza palestinese controllata, pare, dall’astro nascente Marwan Barghuti, capo dei Tanzim, l’ala più dura del Fatah, è quello di sempre: distruggere Israele, buttare a mare gli israeliani.
Lo sanno anche i nostri opinion-makers, che però mostrano di non essersene accorti. Alcuni tra i più illustri perché malati da sempre, magari per motivi personali, di puro e semplice antisemitismo, altri perché le vicende della professione li hanno in qualche modo coinvolti e non sentimentalmente, qualcuno perché non ancora guarito da una forma di terzomondismo.
Ma molti, moltissimi altri, per prudenza. Non si sa mai come andrà a finire. Laggiù e qui da noi.
E per finire, un po’ di fantastoria e un interrogativo
Accade questo. Gli israeliani decidono di accettare l’invito generoso dell’Australia di andare a occupare un territorio desertico in quel grande continente e formare lì il loro nuovo Stato. Tanto, dicono gli australiani, siamo in tanto pochi in così tanto spazio!
Gli israeliani organizzano un trasloco senza precedenti. Tutto è trasportato con super-navi, le fabbriche, i palazzi, le abitazioni, le sinagoghe (e le chiese per gli israeliani cristiani), tutto, fino all’ultimo ago, fino all’ultima pietra, fino all’ultima tomba, vera o falsa che sia. E’ un prodigio della tecnica proiettata verso il Tremila. In appena un anno Israele non esiste più. La lascia anche l’ultima formazione militare che l’aveva difesa fino all’ultimo minuto. Ma là dove esistevano campi, abitazioni, fervore d’opere, non rimane più niente. La terra ritorna ad essere la palude descritta da Edmondo De Amicis nelle sue cronache giornalistiche: una piana malsana e desertica. Non rimane nemmeno un frutto, una buccia, un seme. Israele si ricompone in Australia, probabilmente più felice perché più lontana dall’Europa. E la vita continua.
Ora l’interrogativo: gli arabi, i palestinesi, sarebbero ancora così ansiosi di occupare quella terra come lo sono ora?
Luciano Tas
OUSITANIO VIVO - Anado XXVIII - n° 3 - mars 2001 - N° 254