VAL CLUZOUN E GERMANASCO

LOU DERSËT

Anche quest'anno si sono svolti, nelle Valli Occitane di fede valdese, i festeggiamenti del 17 febbraio. Quando un valdese dice “lou Dërset”, senza ombra di dubbio sta parlando della festa che si organizza ogni anno, il giorno 17 febbraio, per ricordare la firma delle “Lettere patenti”, con le quali il Re Carlo Alberto di Savoia concesse l'emancipazione civile al popolo valdese. E' una festa che rappresenta un momento chiave nella travagliata vicenda di questo popolo, in particolar modo per quei valdesi che sono nati e che ancora risiedono nelle valli. Partecipare a questa festa significa riaffermare la propria identità, è un momento socializzante, di aggregazione, è un momento in cui si va alla scoperta delle proprie radici e si rinsaldano i vincoli con tutti coloro che hanno fatto la nostra storia. Il popolo valdese, di solito così schivo nelle sue manifestazioni, così sobrio nei suoi gesti, esprime la sua gioia per la libertà concessagli, venendo allo scoperto, uscendo dagli schemi abituali, e festeggia. La giornata del 25 febbraio 1848 fu una giornata di Festa: il culto solenne e partecipato in chiesa, per ringraziare il Signore; il falò di gioia, per rendere visibile anche agli altri la propria felicità, la testimonianza di essere finalmente liberi di professare la propria fede. L'entusiasmo dilagò incontenibile ovunque e trascinò tutti: a Luserna San Giovanni il curato, in un momento di gioiosa partecipazione, fece suonare le campane della chiesa e poi si incamminò verso la sala del banchetto a fianco del pastore Bonjour. La domenica del 27 febbraio i valdesi, scesi dalle valli, si radunarono nella cappella dell'Ambasciata di Prussia a Torino per cantare il Te deum e ascoltare la preghiera di ringraziamento. Ancora oggi caratterizzano questa festa alcuni elementi che abbiamo visto nel 1848. Anzitutto il falò della vigilia: bisogna forse vivere questo momento con uno spirito un po' fanciullo; è il momento che precede la festa, è il momento dell'attesa, è il momento magico che evoca emozioni indescrivibili. Insieme alle lingue di fuoco che lambiscono le fascine, insieme alle miriadi di faville che si alzano verso il cielo, fino a confondersi con le stelle, si innalzano i nostri pensieri riconoscenti a Dio. Il mattino del 17 febbraio, a Pomaretto, accanto alla vecchia scuola elementare, l'Eicolo Grando, si radunano le persone che vogliono partecipare al corteo: in testa tre ragazze in costume che portano il tricolore italiano e, al centro, la bandiera valdese: il candeliere dorato, col suo cerchio di stelle, su campo azzurro cupo. Dietro a loro, ben inquadrata, la Banda musicale, che durante il percorso interpreta alcune marce e degli inni tradizionali valdesi. Nel corteo, rispettando una tradizione non scritta, si inseriscono poi i bambini, le donne col costume valdese, e infine gli adulti. Un tempo erano i bambini delle varie scuole i protagonisti assoluti di questa festa: il corteo, anzi i cortei provenienti dalle scuole delle borgate sparpagliate sui pendii della montagna, avevano in testa un tamburino e gli alunni più meritevoli con la bandiera. La convergenza di tutti i cortei ne formava uno solo verso il tempio. Il costume che molte donne valdesi indossano in questo giorno è quelo tradizionale della valle San Martino: un tempo era l'abito della festa, che si usava la domenica per recarsi al tempio. Questo costume, che oggi viene comunemente definito “valdese”, si indossa quasi soltanto in occasione della festa del 17 febbraio, e le catecumene di Pomaretto lo indossano anche nel giorno della loro confermazione o del loro battesimo, alle Palme e poi a Pasqua, nella giornata in cui si ammettono i catecumeni alla Santa Cena. La cuffia, molto bella, è di colore bianco per le donne confermate, nera per le ragazze o le bambine. Essa si tramanda nelle famiglie, da madre in figlia, da nonna a nipote, ed è il legame tra le donne della stessa fede, è l'elemento che le accomuna, sia perché confezionata in casa, sia perché rappresenta una parte della dote, custodita nella vecchie cassapanche. Così pure lo scialle, anticamente tessuto a mano in seta, o lana e seta, a colori scuri. Dopo il culto solenne, nel tempio gremito fino all'inverosimile, perché nessuno vuole mancare, ecco il pranzo comunitario, che vede la partecipazione delle autorità civili, degli amici invitati e di tutti coloro che desiderano passare questo momento insieme.

Paola Revel

 


OUSITANIO VIVO - Anado XXVIII - n° 2 - febrier 2001 - N° 253