MUCCA PAZZA: UN'OCCASIONE PER LE VALLI OCCITANE?
La crisi della cosiddetta "mucca pazza", altrimenti nota come BSE, sta mettendo in ginocchio un settore trainante dell'economia del Nord Italia, vale a dire quello della filiera allevamento – vendita al dettaglia della carne bovina.
Inutile stare qui a fare considerazioni sulla scarsa entità del rischio: l'ha già fatto autorevolmente il ministro Veronesi spiegando che il rischio del consumatore è pari a quello di chi fuma una sigaretta all'anno. Ma tant'è: il mercato della carne bovina, anche dalle nostre parti dove l'allevamento della piemontese è il fiore all'occhiello del settore agricolo, ha subito pesantissime perdite, quantificabili intorno al 60, 70% delle quote di mercato.
La gente non si fida più e preferisce astenersi dal consumo di carni bovine. Poi magari strapaga petti di pollo e di tacchino, allevati in chissà quale modo ed alimentati con chissà quali farine, ma questo non importa.
Questa situazione ci offre la possibilità di fare alcune importanti considerazioni sui prodotti di un territorio, come quello delle Valli Occitane, che potrebbero avere le caratteristiche dell'eccellenza, sia sotto il profilo qualitativo che sotto quello strettamente sanitario. I nostri territori alpini e di fondo valle sono caratterizzati dalla mancanza di industrie e di importanti aziende agricole.. Ciò significa disporre di un territorio pressoché privo di inquinanti, con erbe e fieni di ottima qualità, un territorio quasi disabitato, in cui l'allevamento semi brado di bovini con alimentazione integrata a base di mangimi biologici troverebbe il luogo ideale.
Il problema è che il consumatore, giustamente, pur essendo magari disposto a pagare di più, richiede un sistema di certificazione che pretende una filiera perfettamente organizzata, in grado di risalire per ogni pezzo esposto sui banchi del macellaio su fino alla nascita del bovino. E naturalmente occorre che l'allevatore sia iscritto ad una società che certifichi con controlli severi la provenienza dei mangimi, dei fieni, fino al luogo dove l'animale è vissuto. In teoria ogni consumatore dovrebbe essere in grado di andare a visitare di persona l'allevamento da cui proviene la carne che egli acquista, e constatare con i propri occhi che vita fanno i bovini.
Già, perché anche di questo si tratta, anche se, forse, ai più parrà un dettaglio insignificante: per molti altri, come per la mia famiglia, è invece importante sapere che l'animale di cui ci cibiamo deve essere stato felice nel periodo della sua vita che precede il macello. Questo sia per motivi di natura organolettica – sanitaria che per motivi etici. Un animale felice è un animale trattato con cura, che segue ritmi ed abitudini consone alle sua specie; tanto per fare un esempio pratico, se questo principio fosse stato applicato correttamente, la BSE non sarebbe così diffusa, perché gli erbivori non sarebbero stati nutriti con farine animali.
Sotto il profilo etico io penso che l'uomo sia un animale onnivoro, e che si sia evoluto anche grazie alle complesse tecniche necessarie per organizzare la caccia in branco. Quindi è anche un carnivoro. Ma nell'ordine della natura dovrebbe essere il giardiniere della terra, e quindi anche cibarsi degli animali che alleva, ma senza procurare loro alcuna sofferenza che non sia quella della morte precoce.
A questo punto ritorniamo a bomba: l'allevamento di bovini nelle Valli Occitane può essere condotto con modalità tali da ridiventare, paradossalmente anche grazie alla BSE, un'attività remunerativa e in pieno accordo con la natura del territorio. Ma è necessario che un Ente si occupi di organizzare la filiera, di registrare un marchio, di stabilire adeguati e seri controlli per garantire al consumatore non solo di Saluzzo o di Cuneo, ma anche di Torino o Novara che la carne che sta acquistando nelle macellerie associate al marchio è carne di bovini che hanno scorrazzato liberi sulle Alpi delle Valli Occitane e sono stati nutriti con mais, orzo e foraggi provenienti dalle stesse zone, magari di origine biologica garantita.
In questo particolare momento chi disponesse di una simile filiera troverebbe sicuramente acquirenti per la propria merce, ma occorre anche guardare al futuro: anche quando (quando?) sarà passate l'emergenza BSE i consumatori avranno capito che forse è meglio mangiare carne solo tre volte alla settimana, ma mangiarla di alta qualità. Una qualità che è nelle potenzialità del territorio delle Valli Occitane.
Ennio Pattoglio
OUSITANIO VIVO - Anado XXVIII - n° 2 - febrier 2001 - N° 253