PER UN' ESTÒRIA RELIGIOSA DE L'OCCITANIA /10
"SINE IPSO FACTUM EST NIHIL"
Il dualismo tipico del catarismo, si fondava sulla lettura del Nuovo Testamento, e più precisamente di passi dei Vangeli di Matteo e di Giacomo nei quali è ricordata in più punti la parola di Gesù, ovviamente interpretata come legittimazione evidente della contrapposizione di due principii: "un albero cattivo produce frutti cattivi, non può un albero buono produrre frutti cattivi, ne un albero cattivo produrne di buoni." Ecco di conseguenza che il principio creatore non può essere al contempo buono e cattivo, come del resto è evidente, almeno secondo l'interpretazione dualista, nella vita di tutti i giorni.
Tutto ciò è ampiamente delineato nel "Liber de duobus Principiis" ovvero nel Libro dei due principii, vero e proprio trattato cataro, attribuito a Giovanni di Lugio (1). In riferimento al Vangelo di Giovanni troviamo un'interpretazione sorprendente della frase "sine ipso factum est nihil": ove la dottrina ortodossa traduce e spiega con "nulla è stato fatto senza di Lui", l'autore cataro, coerentemente alla sua visione religiosa, preferisce senza dubbio "senza di Lui è stato fatto il nulla", ponendo così la base teorica del dualismo. Nell'ambito di questa interpretazione, il Nulla diviene uno dei termini per definire il mondo materiale, regno del male, posto così ben al di sotto di tutta la creazione spirituale, opera del Dio Buono.
Fino a pochi decenni orsono l'eresia catara era conosciuta quasi esclusivamente attraverso forme indirette, provenienti da relazioni dei suoi oppositori, tra cui atti dell'Inquisizione e note di polemisti cattolici. Uno dei pochi testi catari noti era il cosiddetto Rituale di Lione, pervenuto in appendice ad una versione occitana del Nuovo Testamento. Poi avviene una scoperta assolutamente casuale ma estremamente importante: Padre Antonio Dondaine, frate predicatore ed eminente studioso di storia religiosa, trovò inventariato nella Biblioteca Nazionale di Firenze un cosiddetto "Liber de duobus Principiis", il famoso testo che poco sopra abbiamo citato. Il manoscritto, risalente probabilmente alla fine del duecento, era stato conservato negli archivi dell'Inquisizione, era passato poi nella biblioteca dei Domenicani, e da qui molto più tardi nella biblioteca fiorentina. Dopo il ritrovamento venne dato alle stampe in versione pressoché integrale dal nostro studioso nel 1939.
Oltre al "Liber contra Manicheos", di Durando di Huesca, di cui abbiamo in precedenza parlato, altri due scritti completavano il panorama dei testi originali a nostra disposizione: un "Trattato sulla chiesa di Dio" ed un commento al Padre Nostro, entrambi contenuti in un volume della collezione valdese del Trinity College di Dublino. Molti altri scritti erano andati perduti, ricordati solamente nelle fonti medioevali; in queste vengono spesso menzionati un "Liber stellae" (libro della stella), che un polemista del duecento, Salvo Burci, volle confutare con un suo saggio dal titolo simile, "Liber supra stella". E' comunque da questi testi e soprattutto dai registri degli inquisitori che erano soliti descrivere nei minimi particolari, a volte con obbiettività, gli interrogatori degli eretici, che possiamo tuttora avere conoscenze abbastanza precise e storicamente accettabili sulle dottrina dei Catari, tralasciando ovviamente tutti quegli studi e teorie che tendono a creare un alone di mistero e di esoterismo attorno ai riti, alle leggende di tesori nascosti e mai rinvenuti, all'eredità spirituale trasmessasi fino ad oggi in sette segrete.
E' opportuno a questo punto, analizzare alcuni particolari aspetti della dottrina della cosmogenesi catara . Il Libro dei due principii dedica un intero capitolo alla confutazione del Libero Arbitrio, uno dei pilastri essenziali della dottrina cattolica; in una logica strettamente dualistica, è inimmaginabile che un Dio, principio di ogni bene, abbia potuto seminare nelle proprie creature il germe del male, ed ammettere pertanto che Dio abbia potuto lasciare ai suoi angeli, e di conseguenza agli uomini, una libera scelta fra bene e male equivale a considerarlo creatore al contempo di entrambi i principii antagonisti. Così le parole di Giovanni di Lugio descrivono la situazione: "Dio ha fatto i suoi angeli buoni e santi, come molti credono. Sapeva o non sapeva, prima che esistessero, che sarebbero diventati demoni? Se non lo sapeva ciò significherebbe che Dio è imperfetto, perché non conoscerebbe assolutamente ogni cosa, il che è impossibile agli occhi del sapiente, senza dubbio perciò egli sapeva". E, continuiamo noi, se ne era al corrente prima della loro esistenza, è evidente che questi angeli non hanno avuto nessuna possibilità di scelta, che erano in ogni caso predestinati. Secondo il mito narrato dai dualisti assoluti, gli angeli caduti dal cielo a causa delle tentazioni di Satana (Principio del Male), ben presto si accorsero di essere stati tratti in inganno con false lusinghe, la loro condizione era perennemente tormentata dal ricordo del passato stato di grazia ormai perduto. Satana vedendoli così afflitti creò pertanto i corpi, chiamati anche tuniche, e ve li rinchiuse. Gia nell'Esodo si parla di tuniche di pelle che Dio diede agli uomini, e questo tema biblico, legato all'esilio del Popolo Ebraico in Egitto, diede in un certo qual modo al catarismo un fondamento simbolico nel considerare l'esistenza sulla terra come esilio forzato dello spirito, oberato dalla presenza del corpo, in attesa di ritornare nella gloria e luce del Dio Buono. Da questa concezione della vita come esilio deriva pertanto, ed il passo è breve, la teoria forse più affascinante della metempsi-cosi o trasmigrazione delle anime. Nonostante questa dottrina sia rimasta per lungo tempo sconosciuta ai più, già la si trova, antecedente-mente ai tempi della Crociata (1209) attestata dalla parole di Alano da Lilla. In quei tempi l'inquisitore sentì dire dai catari "che l'anima dell'uomo passava in tanti corpi, quanti ne erano necessari fino a che potesse essere salvata" e lo stesso Fournier, anch'esso grande inquisitore (2), sottolinea: "quando l'anima dell'uomo esce dal corpo, a meno che sia stata di buon cristiano, entra il più presto possibile in un altro corpo, qualsiasi altro, sia esso di uomo di bestia o di uccello". A questo proposito è nota la leggenda, riportata da più fonti, del cavallo e del suo ferro. L'anima di un uomo, si narra, dopo aver lasciato il suo corpo, entrò nel corpo di un cavallo; quest'ultimo, nel corso di una galoppata su un terreno accidentato perse il ferro di uno zoccolo. Quando morì la sua anima ritornò nel corpo di un uomo che anni dopo, passando casualmente in compagnia di un altro cataro nel luogo ove il cavallo aveva perso il ferro, colpito da un improvviso ricordo, narrò al compagno la sua equina disavventura e, messosi a cercare tra i sassi, ritrovò e riconobbe senz'alcun dubbio il ferro perduto. E' opportuno qui fare una sottile distinzione terminologica, così da chiarire il diverso significato dato alle parole anima e spirito: per anima i catari intendevano quella forza vitale da cui l'uomo e gli animali traggono l'energia per vivere, diversamente lo spirito, che era l'unico a trasmigrare di corpo in corpo, era quella particella di origine divina caduta dal cielo, prigioniera della carne, anelante al ritorno nella pienezza della gioia divina. Non è chiaro comunque il numero delle reincarnazioni che lo spirito doveva sopportare prima di giungere nel corpo di un buon cristiano, e ricongiungersi quindi alla sua origine (3).
Paolo Secco
(1) Francesco Zambon (a cura di), "La cena segreta, trattati e rituali catari" Adelphi, 1997.
(2) Registro di Inquisizione di Jaques Fournier. J. Fournier, vescovo di Pamiers, futuro Papa di Avignone, divenne famoso per il dettagliatissimo registro dei processi e degli interrogatori da lui fatti come inquisitore nella zona occitana dell'Ariège attorno agli anni 1310 – 1320.
(3) Roland Poupin, "Les cathares, l'ame et la réinca-rnation" Ed. Loubatières, 2000.
OUSITANIO VIVO - Anado XXVIII - n° 1 - genier 2001 - N° 252