LA MONTAGNA TRA SPERANZE E REALISMO

Sullo scorso numero del giornale un articolo dall’eloquente titolo "La valle delle seggiovie" riproponeva, a proposito della Valle Varaita, l’eterno problema di quale modello di sviluppo occorre perseguire per le Valli occitane. Il problema è tanto più acuto se si fa riferimento, come in quell’articolo, al settore turistico, poiché questo investe la parte medio alta delle Valli, là dove maggiore è lo sfilacciamento del tessuto sociale ed economico.

In questo settore può sembrare evidente che investire consistenti risorse nell’impiantistica sportiva, legata allo sci da discesa, sia del tutto inutile, se non dannoso; ne consegue che le risorse così investite potrebbero essere meglio utilizzate per attivare altre iniziative turistiche, agricole o artigianali. E’ questa una posizione che, non solo è condivisa dal redattore del nostro giornale, ma trova ampi consensi nel mondo ambientalista e più generalmente nella società che circonda le Valli ed, in parte, nelle Valli stesse.

Stante il fatto che non è più il tempo di costruire seggiovie per fare case, ci si deve allora chiedere il perché, dalla Valle Dora al Monregalese, per non parlare delle altre realtà del mondo alpino, non vi è classe amministrativa locale, a qualunque colore politico essa appartenga, che non cerchi ancora oggi di investire nel settore dello sci alpino, là almeno dove questo settore aveva trovato un qualche sviluppo negli anni sessanta e settanta.

Pur in presenza di un consistente calo della presenza turistica legata allo sci, ai considerevoli investimenti che questo richiede, alla concorrenza spietata delle grandi stazioni, alla carenza di neve, nessuno si sente di rinunciare in questo momento ad una presenza turistica nei mesi invernali, presenza che è difficile sostituire con altre iniziative di maggior peso.

Complice di questa situazione è sicuramente la realtà drammatica in cui in genere versano, dal punto di vista della tenuta demografica e sociale, quasi tutti i comuni delle medie ed alte Valli occitane,. Anche qui, fatta eccezione per le realtà dotate di buoni sistemi di comunicazione e le stazioni invernali di maggior richiamo, siamo generalmente in presenza di paesi popolati da vecchi, dove l’esistenza di famiglie giovani con figli è una rarità; situazioni sociali così fragili per cui basta un niente per incrinare delle condizioni di vivibilità di un paese: coppie che si separano, altre che si avvicinano alle scuole superiori dei figli, aziende che non trovano collocazione in loco, vuoi per i troppi vincoli, vuoi per la frammentarietà della proprietà agricola, o, peggio, la litigiosità dei vicini, ecc. Situazioni che in paesi di due o tremila abitanti non lasciano praticamente il segno; in comunità ridotte all’osso, in cui sono pochissime le famiglie con qualche decennio potenziale di attività davanti in agricoltura, in artigianato o nel commercio, diventano fattori dirompenti per la tenuta del tessuto sociale. In tali frangenti ogni abbandono è spesso vissuto con fatalismo da parte di chi ancora resta, così come ogni nuovo arrivo è fonte di speranza.

In situazioni così fragili nessun amministratore si sente di smantellare un’economia invernale che, per quanto fragile, ha pur sempre garantito qualche posto di lavoro, la possibilità di sopravvivenza di attività commerciali e ricettive, senza le quali risulta poi molto più difficile l’avvio di altre proposte turistiche.

Un tessuto economico e sociale in un territorio così svantaggiato e dopo un secolo di emigrazione, non si ricostruisce con ricette magiche, ma con un passaggio graduale da un’economia all’altra. E’ indubbio che nuove forme di turismo e di agricoltura rappresentano già oggi possibilità di sviluppo economico di non poco conto, ma è sotto gli occhi di tutti che spesso la nostra gente né le vede, né le cerca; d’altra parte sovente l’inserimento di nuove risorse umane, estranee alle Valli, si è rivelato aleatorio, risultato più il frutto di scelte di vita marginali, che di effettivi progetti imprenditoriali.

Negli ultimi anni i fondi europei sono stati generalmente indirizzati a sostenere produzioni di nicchia, riqualificare artigianato ed agricoltura, diversificare l’offerta turistica; il tutto è stato possibile avviando rapporti di collaborazione tra le varie comunità montane e intessendo i primi rapporti di partenariato a livello internazionale.

E’ questa una linea di lavoro che potrà essere consolidata in questi anni a venire, utilizzando ancora i fondi comunitari e giocando fino in fondo la carta dell’identità occitana di questo territorio; tuttavia non bisogna illudersi che vi siano formule magiche in grado di far evolvere rapidamente il tessuto economico, sociale e culturale delle Valli, soprattutto se non vi è, e per ora non c’è, una forte politica di attenzione verso i territori montani da parte dello Stato nelle sue varie istituzioni; una politica che, oltre a fondi specifici per la montagna, preveda una normativa particolare, esenzioni fiscali ed una politica di investimento nel settore sociale e dei servizi, in grado di affrontare il complesso nodo della qualità della vita.

Dino Matteodo

 


OUSITANIO VIVO - Anado XXVIII - n° 1 - genier 2001 - N° 252