La leze
Barbo Toni Boudrier, GRINOR
Quaderni di Primalpe, 2000. lire 22.000
A pochi mesi dalla morte di Barbo Toni Boudrìe le edizioni Primalpe di Boves hanno mandato in stampa un'antologia di poesie e prose pubblicate dal poeta di Fraise sulla rivista "Primalpe" tra il 1979 e l'anno della morte. Il volume testimonia dunque lo sviluppo della sua poetica negli ultimi venti anni: la scelta del piemontese come lingua veicolare e del Piemonte come patria di riferimento - soltanto la prosa "I mort" (pag. 40) e la poesia "Solitèr" (pag. 64) sono in lingua occitana, la predilezione per i temi teologici e mistici, una concezione edificante e civile della poesia, investita dalla funzione di educare il lettore ai valori terreni, come la parlata locale, e soprattutto ai valori trascendenti dell'ortodossia cristiana, illustrati attraverso immagini folgoranti e di estrema vitalità e concretezza.
Particolarmente forte si fa, con il passare degli anni, il tema della morte, costruito in un serrato dialogo volto a svelarne l'aspetto insieme liberatorio e consolatorio. Ricorrono soggetti come la morte in sembianze antropomorfe, il culto degli antenati morti, gli affetti scomparsi che la poesia richiama alla memoria. Questo corpo a corpo con la morte, fondato sull'etica cristiana della sua serena accettazione in quanto "alba" di un nuovo mondo oltremondano, era d'altronde coerentemente applicato da Boudrìe nella vita di tutti i giorni. Così per esempio già da molti anni si era riservato un posto nella tomba di famiglia de Lou Mel, da lui fatta costruire con un'originale tipologia a metà tra il rustico alpino e le dimore fiabesche di quei sarvanot che animavano la sua poesia.
In alcuni passi sembra che Boudrìe avverta già la prossimità del trapasso e scommetta sulle prospettive escatologiche che lo attendono:
"Meuire për deurme, deurme për sogné,
për sugné lòn che 'd mej, pì vera a-i é.
...
Doman matin ch'i meuira i vëdrai pura
tò Fieul, Pare nòst sol tut trionfant.
I lo vëdrai, i spero, 'nt un arleuri
baròch d'ansens e splanghe: 'l Purgadeuri."
(ël mal, pag. 46)
La traduzione, approntata come sempre dallo stesso autore, spiega: "Morire bisogna per dormire, perché il corpo dorme e l'anima da sola è mutilata, dormire per sognare,/ per sognare quanto c'è di più buono e vero, questo probabilmente è la vita delle anime dei giusti prima della risurrezione dei corpi./ ... Domani mattina, il giorno non lontano in cui morirò, domani mattina perché la buona morte è un'alba, io pure (vedrò*)/ tuo Figlio, Padre, il nostro sole tutto trionfante./ Io lo vedrò, spero, in una gran macchina, in una grande scenografia o scenario/ barocco (Piemontese) di incensi e fiamme luminose: il Purgatorio." (pagg.49-50)
(*: il verbo tra parentesi è assente, ma si tratta evidentemente di una dimenticanza del curatore)
Da questo esempio risulta chiaro che per Boudrìe la traduzione assumeva anche la funzione di commento, diventava un prolungamento e una glossa della poesia, un ermeneutico scavare dentro alle pieghe della parola originaria per sviscerare continue rielaborazioni e ricerche. In questa concezione "aperta" la poesia si fa un cammino ininterrotto, che non solo corre irrequieto dal primo all'ultimo verso, ma li oltrepassa verso la traduzione e poi ancora procede attraverso l'autoesegesi che Boudrìe inprovvisava prima, dopo e durante le sue letture pubbliche. Questa trama fittissima di incisi, parentesi e sviamenti rifletteva la sua struttura mentale, così fervida e debordante di immagini da non poter mai stare ferma all'oggetto della discussione. Discorrere con Barbo Toni significava imbarcarsi per viaggi imprevedibili e soprattutto interminabili.
Un accavallarsi di idee e percezioni simultanee che si ritrova in pieno nell'unica poesia in occitano della raccolta, vibrante a tratti di un piacere elencatorio, di quel gusto atavico, che Boudrìe possedeva al massimo grado, per la nominazione delle cose, per le segrete corrispondenze che le cose scoprono di intrattenere con i fonemi che le nominano. Si succedono in un flusso iperbolico le creature ctonie (perché"i-à 'ncaa/ en paradis sout tèro"):
"(ratto-voulouire, lir, mouscat, ticoun,
bèrrou, sèrp e darbourn ... e mai fenì)
suènhnhen de din 't i barme siè Sarvàn."
Da questo bestiario la poesia trapassa senza soluzione di continuità agli eremiti e ai santi fondatori dei nostri villaggi ora abbandonati:
"Grìnhnhen de clhar ar clhar, pouhìn
genìc
e prou, i cours sout a la Luno e van
de runo 'n runo a tu, Rocco la Cuno.
Trùlen flhour ar soulélh madonne e sant." (pag.
64)
Boudrìe traduce: "(pipistrelli, ghiri, moscardini, tassi,/ scoiattoli, serpi e talpe ... e mai finito)/ sognano dentro le grotte i loro (amici e protettori) Silvani." - "Ridono di luce alla luce, neve pura/ e basta, le processioni dei morti sotto la Luna vanno/ di frana in frana a te?,/ (*) Roccia la Culla./ Piangono fiori al sole madonne e santi."
(*: anche qui il punto interrogativo e la stanghetta dell'a capo risultano assenti dall'originale in occitano. A quale versione attribuire l'errore?)
Ma già nei pochi versi citati il lettore attento avrà notato una serie di incoerenze ortografiche (ticoun, Rocco) e di accentazione, oltre a insolite commistioni tra le diverse grafie storiche della lingua d'oc. Diventa difficile a questo punto stabilire se esse sono dovute a refusi della presente edizione, a refusi ereditati dalle riviste sulle quali le poesie vennero pubblicate per la prima volta, alla disattenzione dello stesso autore, o ancora alla sua esplicita volontà di adattare le norme delle grafie di riferimento alle sue solipsistiche elaborazioni ortografiche.
In effetti il problema dei refusi è spesso la croce della letteratura "dialettale", ed anche questo volume ne è tutt'altro che esente. Una ragione di più perché si giunga all'edizione critica dell'opera in lingua occitana di Boudrìe, della quale egli ha voluto lasciare in esclusiva all'Associazione Ousitanio Vivo "il diritto (ed il relativo dovere) di pubblicazione". Assolvere a tale diritto e dovere significherà mettere fine al proliferare di versioni "alla buona" che di ripresa in ripresa moltiplicano gli errori e le incoerenze grafiche, ma significherà soprattutto rendere accessibile Boudrìe a tutto il pubblico pan-occitano, e ancora più in là a tutti quanti vorranno conoscere uno delle voci più autentiche della poesia moderna.
Diego Anghilante
Aldo Molinengo "Orto di casa – antico segno alpino della famiglia contadina"
Aldo Molinengo, Ed. Priuli & Verlucca
Il volume (n. 69 nella Collana dei Quaderni di cultura alpina), ha ricevuto la menzione d'onore al Premio Internazionale Giardini Botanici Hanbury, primo concorso letterario in Italia per opere di argomento botanico e paesaggistico. L'Autore, docente di Scienze Naturali a Saluzzo, vive a Rifreddo nella bassa valle Po. Ousitanio Vivo gli ha rivolto alcune domande.
Tra verdure e fiori, qual'era la funzione dell'orto in montagna?
Qualcuno può pensare che non potesse avere un ruolo rilevante, in quanto per riempire la pancia ci voleva ben altro. I documenti storici ci raccontano invece della sua importanza e tutela giuridica, sia come fonte di cibo, sia per le piante curative che nell'orto si potevano coltivare. Non bisogna dimenticare, poi, che le verdure consumate fresche erano una delle poche fonti di vitamine presenti nell'alimentazione alpina. Per quanto riguarda la presenza dei fiori, l'orto non solo va considerato come la prima forma di giardino realizzata dall'uomo, ma continua ad essere il giardino più diffuso. C'è, quindi, anche una funzione estetica nella coltivazione dell'orto, fruibile al suo interno, ma anche al di fuori, quando i fiori vengono recisi per adornare la casa o, più spesso, per essere portati in chiesa o al camposanto.
Che cosa è cambiato nei nostri orti? Alcuni ortaggi non si coltivano più…
La varietà degli ortaggi certamente è mutata. A quelli "storici", come aglio, cipolla, rapa, cavolo e porro, se ne sono aggiunti altri: fagiolo, pomodoro, peperone, melanzana, zucchino. Ciò è avvenuto soprattutto a partire dal momento in cui le persone emigrate in pianura hanno portato nel loro orto di montagna nuove conoscenze in campo orticolo e la tecnica ha introdotto l'uso del telo di plastica per le piccole serre. Si può notare anche l'introduzione di nuove piante ornamentali, mentre alcuni ortaggi, come le rape, hanno perso la fondamentale importanza alimentare che avevano un tempo, soprattutto nel periodo invernale, e sono poco coltivate. Nella montagna spopolata l'orto è talora l'unica attività agricola rimasta, esercitata dagli anziani, perché non richiede grossi sforzi fisici, ma solo tempo, saggezza e pazienza. E chi non è ancora vecchio, ma non ha più tempo da dedicare ai campi, riesce a trovarne per l'orto.
Le recinzioni erano piccole opere di architettura spontanea…
… la più diffusa era fatta di fascine, messe verticalmente intorno all'orto e rinnovate ogni uno-due anni. Più elegante era lo steccato, che pur essendo utilizzato anche nelle nostre vallate (alcuni esempi, molto belli, sono a Bellino e a Sambuco), era tipico del versante francese e diffuso sulle Alpi svizzere e orientali. D'altra parte l'impiego massiccio del legno non è mai stata una caratteristica dell'architettura delle Valli Occitane. Oggi, purtroppo, questi recinti sono sempre più rari, perché è più comodo ed economico usare la rete metallica.
"Orto di casa" non è un manuale di orticoltura: sembra, invece, un libro di racconti sull'orto…
… non avrei mai scritto un "manuale" anche se sono un agronomo, perché l'avrei sentito troppo freddo. Ho voluto, invece, trasmettere le sensazioni che ho provato, e provo, ogni volta che vedo un orto in montagna e guardo come è recintato, curato, quali ortaggi e fiori sono coltivati. Un orto è lo specchio dell'anima di chi lo coltiva, esattamente come l'interno della casa lo è di chi la abita. Il mio libro sa più di antropologia che di orticoltura perché l'orto accompagna l'uomo da quando è diventato agricoltore, ed è ancora presente dappertutto, sulle montagne, in città, a volte soltanto sui balconi di casa. In molti casi è l'ultimo collegamento rimasto con la terra e le antiche sapienze; fra tutti è l'orto di montagna che conserva maggiormente strutture e caratteristiche che vanno scomparendo.
F.V.
OUSITANIO VIVO - Anado XXVII - n° 9- 20 de outoubre 2000 - N° 249