Per un'estòria religiosa de l'Occitania / 7

GLI ERETICI IN CASA NOSTRA: MONFORTE

Monforte, piccolo e ridente paesino posto su una collina delle Langhe, è famoso per produzione di ottimi vini e per l'originale auditorium ove si svolgono applauditissimi concerti. Tutto potrebbero pensare i turisti che ne riempiono la piazza fuori che qui, mille anni fa, ha avuto luogo una grande tragedia. Monforte non è un paese di cultura occitana, ma è importante nella nostra storia in quanto, forse per la prima volta, nell'Italia del nord /est si conobbero l'intolleranza e la repressione violenta da parte dell'apparato ecclesiastico, che diverranno poi nei secoli successivi la regola nel resto d'Europa ed in particolare in Terra d'Oc. In questa località, all'inizio del nuovo millennio, visse, inizialmente indisturbata, una comunità di eretici, la cui dottrina si può definire vagamente pre – catara, fino a quando tra il 1026 ed il 1028 furono sterminati in gran numero.

Due sono le fonti storiche utilizzabili in questa strana vicenda: la prima è rappresentata da Landolfo Seniore, cronista milanese dell'epoca; la seconda, meno precisa e ben più esile, è data da quel Raoul Glaber, o Rodolfo il Glabro, monaco borgognone, ed anch'esso cronista, da noi già in precedenza conosciuto (2). Landolfo Seniore, nel suo testo, descrive soprattutto le gesta dell'Arcivescovo di Milano Ariberto D'Intimiano, che avrebbe in ultimo fatto espugnare il castello di Mons-Fortis/Monforte. "In quel tempo Ariberto giunse a Torino accompagnato da una schiera di buoni chierici e da una truppa di valorosissimi guerrieri (...) sentì parlare di una non ancora udita eresia, che da alcun tempo si era manifestata nel castello sopra la località detta Monte Forte. Avendo udito ciò, ordinò subito che da quel castello gli venisse condotto un uomo di quell'eresia, per meglio conoscere la questione". Il racconto prosegue poi con il colloquio intercorso tra il vescovo e un tal Girardo o Gerardo, presumibilmente capo comunità di questa sorta di eretici, e l'invio delle truppe di Ariberto con lo scopo di catturare quanti più eretici fosse possibile, e tra questi la contessa di quel castello, anch'essa fortemente eterodossa. Condotti a Milano, fu lasciata loro la possibilità di rinnegare la propria fede e salvarsi dall'esecuzione, ma a quanto si dice la maggior parte scelse volontariamente il rogo.

Sarebbe a questo punto importante capire chi fossero realmente questi eretici, così pericolosi agli occhi della Chiesa. Questo duro attacco inquisitoriale precedette, con pochissimi altri sporadici casi, di quasi due secoli quella che sarà una vera guerra di religione, la cosiddetta Crociata contro gli Albigesi, o Catari, iniziata da Innocenzo III° nel XIII° secolo, i Catari, all'epoca non erano ancora conosciuti nè tantomeno temuti. Abbiamo visto in precedenza che tutti i movimenti ereticali fino ad allora sviluppatisi venivano definiti genericamente Manichei, senza troppo preoccuparsi delle distinzioni dogmatiche. Perché allora un gruppo di abitanti di un borgo essenzialmente rurale, sottoposti sì al Vescovo di Asti, e quindi gerarchicamente all'Arcivescovo di Milano, ma distanti comunque da questi ben 150 km, e che probabilmente per la loro peculiarità religiosa evitavano contrasti con i poteri vicini, furono oggetto di una così intransigente e severa repressione?

La risposta sta forse proprio nelle parole di Landolfo Seniore, quando descrive, seppur con un certo sentimento di parte, (non dimentichiamo infatti che il nostro era quasi sicuramente cronista al soldo dell'Arcivescovo) la dottrina esposta dall'eretico Gerardo in occasione dell'interrogatorio subito.

Alle prime domande rispose equivocamente, per far credere forse alla sua ortodossia, poi preso forse coraggio, incalzato da richieste di precisazioni, non esitò ad esporre nei particolari le sue credenze, caratterizzate da un aspetto essenzialmente spiritualista dato alle Sacre Scritture, alla Trinità, al concetto di Spirito Santo (3). La comunità aveva poi alla sua testa un gruppo di "Maiores" (i Perfetti Catari?), e primo fra tutti un pontefice, ovviamente non identificato in quello romano, che giorno per giorno visitava i fedeli della terra; figura questa che può forse essere interpretata in modo simbolico, rappresentando lo Spirito Santo, che , donando la cognizione della scienza divina, libera l'uomo dalle sue colpe.Tutto ciò sembra pertanto escludere ogni nozione dei Sacramenti, di cui Gerardo rifiutò di parlare. Da tale spiritualismo deriva pertanto un moralismo esasperato, un rifiuto della materia, della proprietà, di ogni istinto carnale. Inconfondibile nota distintiva di questa nuova eresia era l'accettazione di una morte violenta, colma di sofferenza, così da portare, con la purificazione, alla salvezza. E' difficile capire se si può accostare tale concetto a quello dell' "Endura" catara, di cui parleremo in seguito, sta di fatto che tutta questa dottrina così fortemente innovativa e destabilizzante, non potè che creare timori sociali, oltrechè religiosi, nelle autorità, consce del fatto che i nostri eretici, condotti a Milano, non esitavano a parlare alla popolazione.

Se la maggior parte degli studiosi di movimenti ereticali sorvola sui reali motivi che portarono al rogo i nostri protocatari di Monforte, collegandolo alle vicende di Orlèans e di Arras, di cui abbiamo parlato, una suggestiva e molto intuitiva interpretazione ci viene dal romanzo di un giovane scrittore originario della zona, Maurizio Rosso, (4) che è in realtà un vero saggio sull'argomento da noi trattato. La sua ipotesi è che la tragedia occorsa sia il frutto di una scelta militare/politica da parte dell'autorità predisposta al controllo della zona, scelta in cui i motivi religiosi spariscono del tutto.

Alla morte di Ottone III° e di Enrico II°, estinta a capo del Sacro Romano Impero la dinastia di Sassonia (1024), il potere passa nelle mani di Corrado II° il Salico, che tra il 1026 ed il 1027 scende in Italia per ricevere l'incoronazione dall'Arcivescovo Ariberto, e recarsi quindi a Roma. Ma sorge un problema, in quanto giunto ad Asti per continuare il suo viaggio verso Tortona e la Via Postumia dovrebbe passare in territorio ostile, controllato da Bonifacio di Canossa.

Molto meglio allora servirsi di una strada un po' particolare, di cui si è oggi persa ogni traccia, denominata da alcuni studiosi (5) "Via Magistra Langarum", che salendo da Alba sull'alta Langa, attraversandola per creste, scendeva poi in Liguria collegandosi alla Via Aurelia. Era un percorso sicuro, in territori controllati da Arcivescovi amici, ma con un solo piccolo intoppo: il castello di Monforte abitato dai nostri eretici, ovviamente considerati nemici. Si potrebbe così pensare che Ariberto ed Alrico, Vescovo di Asti, si siano per così dire premuniti, per evitare in anticipo ogni inconveniente.

Fu comunque una vicenda che in qualche modo fece scalpore, almeno a Milano, ove avvenne l'esecuzione, e lasciò il segno nel nome di un borgo della città (Borgo Monforte).

Paolo Secco

(1) "Landulphi Senioris Mediolanensis Historia"
(2) Raoul Glaber, "Cinque libri di storia dei suoi tempi"
(3) Raoul Manselli, "L'Eresia del male" Ediz. Morano, Napoli 1963
(4) Maurizio Rosso, "Mons Fortis – Il castello dei Catari" Ediz. Gribaudo, Cavallermaggiore 1996
(5) Donato Bosca, "I paesi senza storia – costume e vita medioevale nella langa contadina" Ediz. Gribaudo, Cavallermaggiore

 


OUSITANIO VIVO - Anado XXVII - n° 9- 20 de outoubre 2000 - N° 249