L’EUROPA OCCITANA
di Robert Lafont
Il titolo può sorprendere: questo aggettivo piombato non si sa da dove, accostato al nome di un continente o di una costruzione politica in corso, che farsene? Ritirando il Premio Carlomagno, Bill Clinton cita la Scozia, il Galles, l’Irlanda del Nord, la Catalonia, la Lombardia, il Piemonte, la Slesia fra i paesi appartenenti a Stati-nazione che il decentramento ha già caricato o sta per caricare delle grandi responsabilità della vita pubblica. Non ha parlato di Occitania. Non può sapere tutto. Conosce i problemi scottanti del momento e i cardini della competizione economica, ma non ha la visione di una grande e profonda articolazione del continente nello spazio e nei secoli. Poche persone ce l’hanno: non è elegante dire di possederla.
Nel 1942, nel buco nero dell’ultima guerra europea, sotto l’Occupante nazista, a Marsiglia una giovane ebrea infiammata di idee civili e di ardore morale di cui sarebbe morta presto, aveva questa visione, compresa e appresa leggendo un mirabile poema del XIII secolo, la Chanson de la Crosada albigese. Nella distruzione della civiltà d’òc da parte dell’alleanza della corona francese e della Chiesa di Roma, Simone Weil, che si firma Émile Novis, vede un evento essenziale intorno al quale gira la storia. La forza si insedia là dove emergeva il diritto, l’umanesimo della vita sociale e il messaggio spirituale sono respinti dalle armi e dai roghi. "In questo caso come in molti altri, lo spirito rimane stupito paragonando la ricchezza, la complessità, il valore di ciò che è morto con i motivi della distruzione".
La Weil intuisce le conseguenze incresciose di questo avvento dello stato "alla francese": una serie ininterrotta d’avventure militari e di repressioni interne, che culmina nel delirio quando Versailles cancella il massacro dei contadini bretoni e le Feste dell’Île Enchantée celebrano nel fasto la conquista selvaggia della Franca Contea. Per cinquecento anni l’Europa si adegua a questa scuola… Potsdam imita Versailles, e i Prussiani con passo di carica francese partono all’assalto delle antiche strutture federali dell’Impero. Simone Weil, l’ebrea umanista tormentata dal messaggio cristico, già nel 1940 ha osato andare al nodo inconfessabile della questione. Al calvinismo francese che si modella nell’antifascismo, essa oppone che il totalitarismo tedesco è il compimento stesso del progetto dello Stato, concepito ed elaborato in Francia (Cfr il recente libro di Domenico Canciani L'Intelligence et l'Amour, Beauchesne, 2000, p.32
Tutto ciò oggi appartiene al passato, comprese le conseguenze: la grande guerra del 1914-1918 e quella immensa del 1939-1945, in cui la Francia è distrutta, per restaurarsi poi in diciassette anni di guerre coloniali, non cessando di confondere il proprio impulso fondatore con una delirio di onnipotenza, sempre più derisorio.
Ed eccoci a costruire l’Europa. Errato: gli Stati Uniti hanno costruito, da Roma ad Amsterdam, un mercato in cui hanno lasciato tutta la loro sostanza economica, ivi compresa la propria moneta nazionale, sempre preservando la loro sovranità, che li fa signori assoluti di un territorio e soli arbitri della vita pubblica. Un mostro della storia. Fra i più ostinati, c’è naturalmente la Francia, che, avendo aperto il fuoco, intende ben sparare le ultime cartucce, seppur con perversa innocenza.
Una Nazione fondata sull’adesione civica e sui diritti dell’uomo non si giustifica che col rinnovamento dell’adesione e con l’aggiornamento dei diritti. E su questo argomento, i "minoritari" Baschi, Bretoni o Corsi, che sono stati inglobati da questo contratto e hanno pagato la loro adesione, ne sanno sulla Francia tanto quanto i "sovranisti" che si dicono giacobini, ma che non sono che dei cesaristi. Questi minoritari hanno altrettanti diritti su essa. Ivi compreso quello di farne un’Europa decentrata.
La verità di un cardine doppio dei tempi; nel XIII secolo, la Francia si inventava baluardo, sulle rovine d’un’Europa che la "questione occitana" definiva diversamente: come un crocevia di scambi, una stazione di smistamento delle culture. L’Europa oggi significa ineluttabilmente l’apertura esterna ed interna della fortezza statalista, e la Nazione democratica si rigiustifica in questo superamento. Tale è il tempo in cui viviamo. E’ possibile ritardarne la fine. Non la si potrà impedire. Bisogna farsene una ragione: ragione umana e non ragion di Stato. L’"Europa occitana" è di ritorno, appena dopo questo fondo di barbarie che lo statalismo ha attinto dai Balcani, e che si è dimostrato veramente apocalittico. Non bisogna temere né lo scandalo né di rischiare il ridicolo nel dirlo.
E tanto peggio se alcuni trovano che il Presidente americano è capitato male immischiandosi nei nostri affari europei. Non discutiamo delle sue intenzioni e dei suoi secondi fini. Sono altrettanto malcapitati quelli che si rinchiudono nelle frontiere di un’altra era.
Traduzione e adattamento Rosella Pellerino
OUSITANIO VIVO - Anado XXVII - n° 8 - 21 de setembre 2000 - N° 248