LA LEZE
Michele Pellegrino, UNA TRACCIA NEL TEMPO
Blu edizioni, 1999, lire 48.000
Ogni terra, ogni popolo ha i suoi cantori, coloro che con la poesia, con le immagini o con la musica compoiono il miracolo alchemico di farne sprigionare l'anima, laddove lo sguardo comune non vede che cose comuni.
Le Valli Occitane hanno trovato in Barbo Toni Boudrìe il poeta che le ha elevate a una dimensione cosmica e astorica. Ma ora, sfogliando l'ultimo libro di Michele Pellegrino, si avverte come questo fotografo abbia saputo documentare, penetrare e capire la realtà più profonda di questa terra.
La dedizione di Pellegrino alla montagna occitana non ha niente di ideologico. Forse egli non l'ha mai nemmeno considerata dal punto di vista della peculiarità culturale e linguistica che le è inerente. Per lui è semplicemente il suo luogo, il luogo, come dice nell'intervista che apre il volume, dove "sentire la presenza dei miei antenati, quelli che portavano il sale o facevano i carbonai in mezzo ai boschi e cantavano per tenersi compagnia" (pag. 21). A Pellegrino non interessano i teoremi astratti ma la realtà fattuale delle cose, la poesia dell'oggetto e del gesto: la spalliera del letto, la posa delle gambe, la luce dalle finestre, lo scialbo grezzo di un muro, l'inclinazione impercettibile di un viso, la linea geometrica di una strada tra il biancore accecante del pendio innevato. Un approccio al reale fatto di attese, di tempi lunghi, di una stretta aderenza al soggetto fotografato: "è sempre stato il mio metodo, questo, quello di conoscere, di entrare in sintonia con le cose e con le persone. Io lavoro "lento", perché cerco di capire. Le mie non sono foto improvvise, rubate, ma di ricerca" (pag. 20).
Le fotografie di interni sono rivelative di tale atteggiamento: a pag. 143 la cucina povera ma decorosa è come spiata attraverso lo schienale di una sedia, che allontana le figure sedute al tavolo dell'umile pasto in un'atmosfera estraniata e impersonale, mentre sul "foudil" della vecchia la luce della finestra disegna macchie delicate; a pag. 145 un vecchio solo siede in una di quelle osterie degli anni '70 che ancora coniugavano il passato con il moderno, il basso soffitto di travi annerite con un bancone in formica dominato da un grande televisore, alimentato da un filo volante: ma il vecchio ignora tutto ciò e guarda verso la finestra strombata, dalla quale una luce bianchissima inonda l'intera sala. E' una pura visione metafisica.
Una ricerca empirica, che scava nel particolare e nell'attimo, e che accomuna dunque gli uomini e i luoghi più disparati nella sensibilità del suo occhio. Eppure, paradossalmente, nessuno come lui ha saputo cogliere la specificità del nostro territorio, quell'insieme di atteggiamenti e di atmosfere che fanno di queste valli qualcosa di più che le "valli del cuneese". E' il particolare che rivela l'universale, il locale connesso al generale, la verità di ogni uomo che può essere mostrata soltanto attraverso quell'unico uomo, situato nel tempo e nello spazio.
Si veda la fotografia di pag. 128, che ritrae il settore maschile di una chiesa. Qui l'uomo in primo piano riassume magistralmente, nei lineamenti nobili e concentrati, nello sguardo assorto, profondo, nella tipica postura - tra il seduto e l'inginocchiato, con tutto il peso del corpo scaricato sui gomiti appoggiati allo schienale del banco davanti - lo schietto sentimento del sacro che caratterizzava un tempo le nostre comunità.
Pellegrino tutto questo lo ha sentito e trasmesso senza nemmeno darsi la pena di tematizzarlo. Non ha fatto altro che "guardare", in una frequentazione ossessiva di decenni, alla propria terra. Lui, contadino, operaio e poi piastrellista di Chiusa Pesio, prima di rivelarsi come uno degli autori più raffinati della fotografia contemporanea.
Il libro mette insieme fotografie edite e per la maggior parte inedite di trent'anni di lavoro, da "Genti di provincia" del 1972 al "Silenzio magico della montagna" del 1992, fino ad oggi. Un grande affresco, l'epopea di una civiltà, con i suoi valori, le sue anacronistiche fatiche, le sue tradizioni non scritte, raccontata attraverso appunti minimi, microcosmi che rivelano il tramonto di un'epoca e insieme il mistero ineffabile di una singola esistenza.
Molte fotografie infatti documentano un mondo che non c'è più: la semina, i covoni di paglia, gli inverni nevosi, i muli, l'aratro. Ma la poesia di Pellegrino non si ferma alla nostalgia per il tempo passato, nè tantomeno alla denuncia sociale della povertà cronica della nostra montagna - povertà che pure è spietatamente indagata con atteggiamento verista. La sua arte va più a fondo: coglie l'intima e vertiginosa essenza di ogni essere umano, quell'impercettibile accumulo di segnali (gesti, sguardi, posture, abiti) che delineano in un solo clic la storia irripetibile di una individualità e il peso di archetipi millenari. Lo scatto è l'ultima cosa: la vera magia è predisporre il soggetto, far sì che esso si disponga inconsapevolmente a lasciar trapelare la propria essenza più riposta. "Parlavo, aspettavo, racconta Pellegrino, e a un certo punto sentivo che si era venuto a creare un altro clima, più sciolto, tranquillo": era il momento giusto per "avere una percezione approfondita del loro essere" (pag.18).
A pag. 60 vediamo un uomo affacciarsi da una finestra priva di battenti: il muro esterno della casa è una grossolana commistione di calce e di pietre, screpolate dalle intemperie. Sulla sinistra, contrappeso alla figura umana, sta un affresco votivo, anch'esso deturpato dall'incuria. Non potrebbe darsi prossimità più incisiva tra le candide figurette, vestigia della diffusa familiarità di un tempo con il sacro, e il gesto incurante e quasi blasfemo col quale l'uomo si accende una sigaretta. Quante risonanze, quante evocazioni e significati in quel furtivo accostamento.
Infine a pag. 133 la fotografia mostra una motocicletta che percorre un tratturo, sullo sfondo di montagne fittamente boscate. Il guidatore è di spalle, con il cappello della festa. Sul sellino posteriore, seduta di traverso, la figlioletta con l'abito della prima comunione che la rende una sagoma bianchissima tra le infinite tonalità di grigio circostanti. Il visino mezzo coperto si volta verso l'obiettivo: ma tra questo e il suo sguardo passa una energia potentissima, che la parola può rendere solo a fatica.
Diego Anghilante
OUSITANIO VIVO - Anado XXVII - n° 7 - lui 2000 - N° 247