MA GLI INDIOS NON CI STANNO
Il Brasile celebra i 500 anni dalla scoperta
Il 24 aprile del 1500 la flotta comandata dal portoghese Pedro Alvarez Cabral scopriva le coste del Brasile. Quarantun anni dopo Francisco de Orellana durante la sua leggendaria navigazione sul Rio delle Amazzoni, incontrava una popolazione indigena numerosa, che stimava in 4-5 milioni di abitanti.
Nel 1970 centinaia di etnie erano scomparse e gli indios si erano ridotti a circa 100 mila persone. Oggi Pataxo, Ianomâmi, Xingu, Terena, Guajajara, Ticuna, Sateré Maué... le duecento nazioni indigene sopravissute, sono a quota 300 mila e rialzano la testa. Chiedono un rapporto diverso con i bianchi, il diritto alla loro terra e alla loro cultura: questi i temi ribaditi il 22-24 aprile nella Conferenza nazionale degli indios a Porto Seguro di Bahia, e con marcia unitaria, di fronte al Brasile ufficiale che celebrava i 500 anni del descobrimento.
A Guenter Francisco Loebens, del Cimi (Conselho indigenista missionário) di Manaus che ha organizzato la Marcha Indigena assieme al Conselho de Articulao dos Povos e Organizaçoes Indigenas do Brasil (Capoib), Ousitanio Vivo ha posto alcune domande.
Che significato ha per le nazioni indigene questa data dei 500 anni del "descobrimento" del Brasile?
Di questi tempi le nazioni indigene si stanno organizzando da un punto di vista nazionale. A Porto Seguro i rappresentanti dei popoli indios sopravvissuti a mezzo millennio di massacri, si sono contrapposti alle celebrazioni trionfalistiche del governo che disconoscevano la nostra storia.
Perché Porto Seguro?
Perché è il luogo dove 500 anni fa arrivarono i portoghesi di Cabral. Il navigatore avvistò il monte Pascoal e credette di trovarsi su un’isola. Da allora è cominciata la nostra croce. In questo secolo sono state "cancellate" quasi 90 etnie: Yuma, Manitsawa, Ipewi...
Ci parli della Marcha indigena...
La Marcha si è situata nell’ambito delle manifestazioni del Movimento di resistenza indigena, negra e popolare per il cinquecentenario dell’arrivo degli Europei in Brasile. Vi hanno partecipato le diverse nazioni indigene: una carovana è venuta dal Rio Amazonas/Solimoes, una dal Rio Branco nell’Acre, un’altra dal Mato Grosso del Sud, una dal Rio Grande del Sud... poi da Espirito Santo, Minas Gerais e dagli stati del Nord-est.
Durante la Conferenza i popoli indigeni hanno presentato le loro rivendicazioni: la messa in discussione di cinque secoli di storia segnati da violenze e massacri, e l’affermazione di una nuova prospettiva di vita per gli indios e per la maggioranza del popolo brasiliano ancora discriminato. La discussione è stata estesa a vari settori della società per costruire un futuro in cui trovino posto le diverse culture e gli esclusi del Brasile.
In questa prospettiva quale ruolo avranno i popoli indigeni?
Essi, naturalmente, hanno la loro specificità e propongono obiettivi concreti: per esempio la demarcazione immediata di tutte le aree indigene.
La nuova costituzione brasiliana contiene elementi di garanzia per gli indios: riconosce agli indigeni il diritto di continuare a esistere e organizzarsi come popolo e di abitare sulle terre occupate tradizionalmente. Questa garanzia tuttavia non si sta attuando, e la demarcazione che si doveva completare nel 1993, è bloccata. Talora le aree delimitate sono così esigue da non garantire la sopravvivenza fisica e culturale degli indigeni. Ci sono situazioni estreme: nel Mato Grosso del Sud gli indios Guaranì si stanno suicidando poiché non vedono un futuro per il loro popolo. Nella pratica molti territori indigeni continuano a essere invasi dai madereiros, dalle imprese minerarie e dalle compagnie di pesca.
E sul piano linguistico-culturale?
La costituzione sancisce il diritto alla differenza, ma gli indios sono ancora chiamati a integrarsi nella società brasiliana senza rispetto per la loro cultura. Nelle scuole indigene l’insegnamento e la didattica non si differenziano granché dal resto del Brasile. Un’altra rivendicazione fondamentale è la salute, dove c’è poco rispetto per la tradizione indigena: il governo investe sulla medicina occidentale senza tenere conto della conoscenze degli indios in termini di medicina naturale. Il Cimi sente che i popoli indigeni non stanno ancora ricevendo delle autorità del Brasile l’attenzione a cui hanno diritto.
La Chiesa, che ha contribuito a cancellare gli indios, oggi si schiera con le nazioni indigene? Ha i titoli per farlo?
Nella prima decade degli anni ‘70 i popoli indigeni non avevano alcun futuro nella società brasiliana. Il loro sterminio era stato decretato. Contro questa prospettiva si schierarono i missionari: sorse il Cimi, organismo della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile, per proporre un orientamento su come doveva essere l’azione della Chiesa, assieme ai popoli indigeni, in quella situazione di minaccia.
Furono fissati alcuni obiettivi prioritari: di fatto la Chiesa doveva trovare il coraggio di collocarsi a fianco degli indios prendendo una posizione ferma e decisa a favore della delimitazione delle aree indigene. La Chiesa, attraverso il Cimi, cominciò ad avere una sensibilità diversa per la cultura india. Il grande contributo che la Chiesa sta dando in questo momento è appunto nel senso di garantire la sopravvivenza fisica e culturale degli indios.
Dopo 500 anni di massacri le nazioni indigene hanno ancora la capacità di esprimere dei leaders e perseguire obiettivi comuni? Oppure per riunirsi, muoversi, protestare, hanno bisogno di un bianco che li guidi?
In realtà far incontrare gli indios è stato il primo obiettivo del Cimi, il quale ha favorito l’organizzazione delle prime assemblee indigene. Per loro è stato interessante scoprire che avevano problemi comuni, che potevano collaborare e affrontarli assieme. Oggi gli indios sentono il bisogno di articolarsi con altri settori della società brasiliana, per conquistare nuovi spazi in cui lottare per i propri diritti. Per questo stanno costruendo alleanze...
A proposito di alleanze: il Cimi, attraverso il suo giornale "Porantim", mostra di avere contatti con altre realtà molto combattive dell’America latina... movimenti che usano la lotta armata. Voi come pensate di vincere la vostra lotta?
Il coordinamento con i popoli indigeni del continente latino-americano è estremamente importante, anche se in Brasile gli indios sono rimasti poche centinaia di migliaia, mentre altrove sono circa la metà della popolazione.
In Brasile la lotta si è radicalizzata in varie circostanze: ad esempio con la presa di possesso delle terre da parte degli indios. Nel Mato Grosso del Sud e nel Nord-est i popoli indigeni si riprendono le loro aree tradizionali, già occupate da affittuari e fazendeiros. Questa si è rivelata una strada risolutiva. L’iter amministrativo viene accellerato da queste azioni dimostrative... concrete.
Qual’è il ruolo della Funai (Fondazione nazionale per gli indios), l’organismo del governo brasiliano che si occupa del problema indigeno?
Molti la chiamano "Funeraria nazionale degli indios", appellativo che si è guadagnata negli anni ‘70 al tempo della politica di integrazione dell’Amazzonia, quando si aprivano molte strade nella foresta. Queste attraversavano i territori indigeni, e la Funai aveva il compito di "pacificare" i popoli lungo il tracciato. Il processo di pacificazione portò alla decimazione di intere tribù e in qualche caso la Funai collaborò con chi voleva la scomparsa fisica degli indios. Oggi è un organismo senza potere politico. Nonostante si proponga un’azione di protezione dei territori indigeni non ha la forza per farlo. E’ un po’ il ritratto della politica indigenista del Brasile...
Leggo sul Porantim che gli indios Pataxo si stanno opponendo alla creazione del Parco naturale del Monte Pascoal. Ci sono state delle manifestazioni. Qual’è il rapporto fra indios e ambiente?
I popoli indigeni hanno un rapporto armonioso con l’ambiente e le aggressioni alla natura storicamente sono state minime. Tuttavia questo rapporto non sempre continua a esistere. Ci sono popoli che, a causa di pressioni esterne, partecipano alla distruzione dell’ambiente, per esempio sfruttando in modo predatorio il legname della foresta. Spesso sono i capi indigeni ad agire contro l’interesse della loro gente … a non tenere conto delle relazioni tradizionali con la natura. Nel caso del monte Pascoal lo Stato ha denunciato i Pataxo che si oppongono alla creazione di un parco integrale. Questa vicenda ha sollevato una discussione importante sul rapporto fra indigeni ed ecologia. Gli indios sfruttano le risorse dell’ambiente in cui vivono: quindi si pone la questione se è più importante conservare integralmente l’ambiente o prevale il diritto degli indigeni a vivere sulla loro terra. Ma uno Stato che per 500 anni ha massacrato gli indios non può accusarli di distruggere l’ambiente senza tenere conto dei loro diritti!
Il XXI secolo vedrà il riscatto delle nazioni indigene?
Quando il Cimi è nato si pensava che i popoli indigeni fossero condannati allo sterminio. Poi, negli ultimi trent’anni, questa previsione è stata rovesciata. Gli indios oggi lavorano con tutte le forze per sopravvivere in quanto popoli, con culture differenti. Ma la loro affermazione dipenderà anche dalla capacità di mobilitazione e articolazione: molti sono i contributi che essi hanno dato alla società brasiliana, la quale può ancora arricchirsi dei benefici della cultura indigena nella costruzione di una società più giusta.
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OUSITANIO VIVO - Anado XXVII - n° 7 - lui 2000 - N° 247