STORIA RELIGIOSA DELLE VALLI OCCITANE - PARTE V°
Come abbiamo in precedenza detto, non sono affatto ben chiare le modalità e i tempi delle varie scorrerie dei Saraceni nelle nostre regioni, e ci sfugge altresì quale sia stata l’effettiva estensione delle loro temporanee occupazioni territoriali. L’azione di queste bande di briganti obbligò, in qualche modo, le autorità ecclesiastiche a spostare altrove, in località più sicure, spoglie o reliquie di santi, per sottrarle al saccheggio certo o alla distruzione. L’abbazia di Pedona nulla poté, in quei tempi, per evitare che i suoi possedimenti di oltralpe fossero regno incontrastato di scorribande, e nemmeno riuscì ad impedire che anche le località a lei più prossime si trasformassero in un continuo via vai di soldataglie varie, con conseguente grandissima insicurezza nella vita quotidiana delle popolazioni. Tutto ciò accadde un po’ per la cronica incapacità delle signorie ecclesiastiche di saper provvedere militarmente in maniera sufficiente a se stesse e alla difesa dei loro beni, e in gran parte per i continui attriti ed inimicizie fra i molti signori locali, che ad inizio secolo, non seppero unirsi di fronte al pericolo comune.
Nel 901 era stato nominato imperatore Ludovico di Provenza, che, fra i primi suoi atti, depose il Conte di Bredulo (1) e ne affidò i territori al vescovo di Asti Eilulfo: questi trovò la morte in un agguato tesogli appunto dai Saraceni, attorno al 904, a Pogliola, nei pressi di Mondovì. Si innesta in questa vicenda la tradizione popolare del martirio di San Bernolfo, la cui uccisione viene appunto tramandata nello stesso periodo e nella stessa località. Nell’elenco dei vescovi di Asti non compare in realtà nessun Bernolfo, e nemmeno esistono documenti in proposito, ma molti autori (2) lo identificano nel sunnominato vescovo, il cui nome mutò, per corruzione linguistica, negli ambienti popolari successivi (3). A seguito del martirio, le spoglie di Eilulfo/Bernolfo furono sepolte sulle rive dell’Ellero, sulla via tra Morozzo e Vico (Vicoforte) in una cappelletta ricordata già fin dal 1300, e successivamente trasferite nella cattedrale di Mondovì.
In questo periodo Ludovico III° ritorna in Provenza, ed è così che nelle nostre valli i Saraceni hanno mano libera. Pare fossero arrivati seguendo due direttrici, la prima, attraverso le Alpi Marittime dall’alta Val Tanaro ed, in parte, dall’attuale colle di Tenda; ma contemporaneamente, aggirando l’intero arco alpino sud occidentale, percorrendo, con continui saccheggi, l’alta Provenza e il Delfinato, scesero nella nostra regione attraverso i valichi della Val di Susa.
La tradizione, ed in particolare una serie di aneddoti che un agiografo del XIII° secolo, Goffredo Bussero, inserì in calce alla Vita di San Dalmazzo, riferiscono di un accampamento saraceno permanente nei pressi di Pedona, ove continuavano a sopravvivere comunque monaci, servitores e, nelle pievi delle valli, altri religiosi, tutti però in condizioni di vita miserevoli, come del resto quasi tutta la popolazione, a causa di continue spoliazioni di raccolti, razzie di bestiame, devastazioni. In un breve periodo di relativa tranquillità, nel 905, anno in cui l’imperatore torna con le sue truppe in Piemonte, Audace, l’allora vescovo di Asti, fece trasportare il sarcofago con le spoglie di San Dalmazzo, da Pedona, ove ovviamente non era ormai da tempo sicuro, a Quargnento, nei pressi di Alessandria, dove rimase moltissimi anni: alla scritta già esistente "hic requiescit Corpus Sancti Dalmacii Martyris" fu così aggiunto "quod hic Audax Episcopus posuit".
Ma in questa continua alternanza di vicende, in cui l’imperatore Ludovico passava e ripassava dal Piemonte alla Provenza, nel 906 i Saraceni diedero atto ad una seconda tragica invasione. In quell’anno giunsero all’ abbazia della Novalesa, sul Moncenisio; ce ne parla infatti il "Chronicon Novaliciense " che narra, con tono di rimprovero, come l’abate Domniverto, poco prima, avendo udito la terribile fama dei mori, decise di fuggire, con i suoi monaci, e tutto il patrimonio del monastero - fra cui si dice ci fossero i 6666 volumi della biblioteca - a Torino lasciando così quasi del tutto abbandonata l’abbazia. Ovviamente i predoni, incontrastati, come furono sul luogo, tutto distrussero, ed in ultimo uccisero gli unici due anziani monaci che non avevano voluto partire (4).
Vi sono alcuni dubbi sull’effettiva data di questo saccheggio, in quanto pare che Domniverto abbia retto l’abbazia in realtà dal 912 al 920, ma è comunque un fatto ormai accertato che i Saraceni, nei primi trent’anni del X° secolo riuscirono ad assumere un controllo pressoché totale anche se discontinuo, dei passi delle Alpi Occidentali. Molte testimonianze parlano di pellegrini assaliti e uccisi, di rapimenti, fra cui fece scalpore quello di Maiolo, abate dell’allora famosissima Cluny. Tra il 906 e il 907 i Saraceni pertanto dilagarono nelle nostre terre. E questa volta non si limitarono ad occupare città ed abbazie, ma le distrussero: Bredulo ed Auriate furono rase al suolo, stessa sorte toccò al monastero del Villar e all’ abbazia di Pedona. La devastazione fu così totale che da queste località nulla ci è pervenuto, né archivi, né documenti manoscritti dell’epoca o anteriori.
Questa situazione perdurò a lungo, e se da un lato la storiografia ufficiale fa coincidere la fine delle scorrerie saracene con l’opera stabilizzatrice del marchese di Torino Arduino Glabrione, che con il suo esercito ripulì, se così si può dire, le valli Chisone, Pellice e quelle del Cuneese, d’altra parte, in alcune località rimasero gruppi di sbandati che imperversarono ancora per alcuni anni, in specie sui passi alpini. Soltanto nel 1027, a quanto sembra, fu sgominata l’ultima banda di taglieggiatori sul Moncenisio.
Spariti fisicamente quasi del tutto, i Saraceni non mancarono però di influenzare in qualche modo la cultura e la tradizione successiva del territorio. Sul piano linguistico e toponomastico, per farne solo un brevissimo accenno, si sono rilevati successivamente numerosi esempi di radici arabe, o più genericamente semitiche, in particolare nelle parlate Piemontesi, Occitane e, in qualche caso in quelle Liguri. Ma è sicuramente nell’ambito delle feste tradizionali che il ricordo delle invasioni ha lasciato tracce maggiori: poche sono le località in cui non si tramanda una qualche danza delle spade. Il "Bal do sabre" a Bagnasco, quello di Fenestrelle, di Venaus, di Limone, la storica "Estacada" di Breil, sul versante oltralpe, ci riportano, anche se con qualche rimaneggiamento, ai tempi passati, e potrebbero significare, tra l’altro, al di là degli eventi storici accertati , il ricordo non più vivo di antiche rivolte popolari contro pretenziosi e duri signori feudali; inoltre, allo stesso tempo, possono rifarsi, a parere di alcuni, ad antichi, e mai del tutto soppressi riti propiziatori precristiani, con tutta una serie di simbologie abbastanza ben definite.
E’ il caso di citare, anche se sull’argomento molto ormai si è scritto, in particolare la Baìo di Sampeyre e la Beò di Bellino. Sono feste che si sviluppano seguendo un ordine ben preciso ed articolato, ove quasi nulla è lasciato al caso, e le figure dei Saraceni sono comunque sempre ben presenti. Gli stessi costumi non rispecchiano sicuramente l’epoca a cui si riferiscono, ricordano piuttosto, specialmente nel caso della Baìo, il XVIII° e XIX° secolo, con fogge a volte di stampo napoleonico, ed evocano forse, a detta di alcuni, elementi di emancipazione di carattere giacobino/libertario.
Detto questo, è evidente che al di là dei motivi ludici e tradizionali più evidenti, anche nella vita quotidiana, alcune tecniche e lavorazioni hanno avuto influenza in qualche modo dalla cultura araba. In Liguria è discusso se abbia questa origine il cosiddetto mulino fenicio (5), così come in Provenza alcuni tipi e stili di costruzione nelle abitazioni. Sicuramente i mori diedero sulle Alpi impulso allo sfruttamento di miniere e giacimenti e, anche se manca ancora sull’argomento un qualche studio approfondito, ebbero in ogni caso l’opportunità di mescolarsi con le popolazioni locali, facendosi anche apprezzare per l’ingegno e le capacità, integrandosi, col tempo, e portando così ad un vero incontro di culture.
Paolo Secco
NOTE:
OUSITANIO VIVO - Anado XXVII - n° 7 - lui 2000 - N° 247