USCIRE DALLA LOGICA PRE-POLITICA
Intervista al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio on.
Luciano Caveri
L’onorevole Lucien Caveri, 41 anni, è dal 1987 deputato dell’Union Valdotaine. Nel giugno 1999 è stato candidato alle elezioni europee per la lista "Federalismo in Europa". A partire dall’ultimo rimpasto del governo D’Alema ha infine assunto la carica di Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. E’ appunto a proposito di questo incarico che inizia la nostra conversazione.
E’ una sfida che può anche rivelarsi pericolosa, perché affettivamente mi trovo ad avere tre deleghe: le minoranze linguistiche, la montagna e le norme di attuazione per lo Statuto Speciale. Una specie di abito cucito su misura, frutto naturalmente di una serie di lavori svolti negli anni precedenti. Ma oggettivamente è una responsabilità a cui non posso sfuggire: c’è una serie di cose da fare o da impostare, perché comunque la legislatura non durerà più di un anno, e anche se facessi il sottosegretario per tutto questo periodo non credo di poter trovare soluzioni miracolistiche. C’è una logica burocratica molto accentuata, che rende tutto più difficile.
L’approvazione della legge sulle minoranze linguistiche e la tua nomina sono arrivate quasi nello stesso momento. Può essere una combinazione fortunata per le minoranze italiane.
Noi abbiamo vissuto insieme le vicende delle elezioni europee. E ci tengo a dire che è stata una bella avventura e che se siamo stati sfortunati non è dipeso da noi. Nel senso che la scelta che Di Pietro fece per il collegio Nord-Ovest e non per il collegio Sud ha fatto sì che io non sia parlamentare europeo. Però la casualità della vita ha portato al fatto che se fossi stato eletto non mi sarei trovato nella condizione da un lato di assumere questo incarico, e dall’altro di contribuire in maniera efficace all’approvazione della legge, soprattutto all’atto della firma del Presidente della Repubblica. Perché posso oggi garantirvi che al Quirinale c’è stata una campagna di disinformazione particolarmente pesante, con delle personalità di spicco, come il senatore a vita Andreotti, che sottolineavano l’incostituzionalità della legge. Cosa che evidentemente non aveva senso...
Da dove nasce questo accanimento contro una legge di questo tipo? Quale matrice culturale c’è dietro?
Ci sono varie strade che si intrecciano. Da una parte una logica di matrice risorgimentale - una patria, una lingua, una bandiera - in cui sicuramente rientra Andreotti. Poi c’è il giacobinismo di sinistra, che si è manifestato nella discussione al Senato. Dall’altra esiste invece una destra fascista che ha fatto di tutto per non lasciare passare questa legge, sempre nel nome dell’italianità.
Tu oramai conosci bene le realtà di tutte le minoranze etniche italiane. Come collocheresti la minoranza occitana all’interno di questo panorama?
C’è una vitalità culturale che poche altre minoranze dimostrano, ma ci sono indicatori economici e demografici preoccupanti. E poi una carente presenza politica. Finché si tratta di ballare o di amdare alla cena a tema occitano va bene. Quando è il momento di partecipare ad una manifestazione politica le persone scompaiono, e primi fra tutti gli amministratori.
Il problema è proprio la creazione di un movimento politico che i giovani avvertano come una novità. Dovete archiviare le esperienze precedenti, il MAO, gli avvicinamenti nei confronti della Lega Nord (ricordo alcuni vostri editoriali). Speranze che secondo me oggi si arenano rispetto ad un rapporto della Lega con la destra che, almeno per quel che riguarda le minoranze, è letale. Il paradosso poi è che parlando con gli occitani della Francia si scopre che dialogano maggiormente con la destra che con la sinistra. Ma questo è significativo della confusione che c’è in Europa.
Ripeto: possiamo fare tante cose insieme. Voi dovete uscire dalla logica solo culturale, del divertimento, di un’identità superficiale... Siete un’autentica forza. Il problema è che questa forza è scarsamente organizzata. Prendiamo tutti questi giovani che ballano le danze occitane, le magliette con la croce occitana... E’ un fenomeno pre-politico: la difficoltà è trasformarlo in politico. Qui nelle Valli Occitane c’è un lavoro enorme da fare, come anche da noi in Valle d’Aosta, dove tutto è dato per acquisisto.
La difficoltà del passaggio alla dimensione politica si è avvertita chiaramente nelle elezioni europee di cui parlavi.
E’ stata un’esperienza molto bella, nonostante l’esiguità dei risultati. Non vorrei che su questo ci fossero equivoci. Disapprovo i godimenti masochistici di certa stampa occitana. Se si vanno a vedere gli eletti del Nord-Ovest credo che ci sia poco da godere.
La verità è che oggi è tutto più difficile: è difficile il dialogo con la gente, la televisione ci massacra, se uno deve scegliere tra una festa e un comizio politico è chiaro che va alla festa. Viviamo in un’epoca di grandissimo disimpegno. Forse è anche colpa nostra, di noi e voi che facciamo politica, che finiamo per essere un po’ autoreferenziali. C’è il rischio che la gente ci veda come dei clan chiusi, delle persone che affermano sè stesse nel mondo della politica.
Come riusciamo a spezzare tutto ciò? Dicendo alla gente: guardate che se volete sempre rimanere con il culo per terra possiamo continuare a divertirci nei concerti. Canterete tutte le musiche che vorrete, però in realtà il vostro resterà un mondo dei vinti, cioè un mondo di regressione economica e culturale.
E’ vero però che qui da voi non c’è la possibilità di fare la politica di professione: qua è tutto organizzato sulla base del volontariato, che significa non solo mettere la mano al portafoglio ma anche perdere del tempo rispetto al proprio lavoro. Dall’altra parte sono convinto che i vostri legami con il mondo occitano d’oltralpe costuiscono una grande forza. Poche minoranze riescono a intrattenre questi rapporti internazionali.
E la Valle d’Aosta?
La Valle d’Aosta è, per intenderci, estremamente seduta: abbiamo un mondo con la pancia piena, i cui punti di riferimento sono le grandi discoteche. Altro che le feste occitane. Dal punto di vista identitario almeno apparentemente c’è una regressione. Poi se scavi scopri fenomeni come la Bataille des reines, gli sport popolari, l’uso del patuà come lingua quotidiana, l’apprendimento del francese come fatto assolutamente acquisito...
E allora come costruire un dialogo tra le minoranze?
Realisticamente non lo vedo tanto a livello italiano - per esempio le esperienze passate con il Partito Sardo d’Azione dimostrano che siamo realtà troppo diverse - ma a livello di arco alpino. Penso agli amici tedeschi del Sud Tirolo, che hanno mantenuto sinora una chiusura rispetto al resto delle Alpi, proiettati come sono verso il Tirolo del Nord.
Il problema è che le popolazioni alpine contano nella misura in cui sono insieme, mentre oggi sono divise, perché ognuna guarda al proprio centro, che sia Torino, Vercelli o Milano. Sono convinto che possiamo lavorare intorno a questo progetto. C’è qualcosa che si muove tra i sindaci e gli amministratori, non più solamente tra i pochi interessati alla cultura...
Bisogna capire come organizzarci. Mentre una volta i contatti tra di noi erano difficili, oggi con le nuove tecnologie il dialogo può riprendere. Possiamo aprire delle chat lines per parlare, anziché di come siamo carini, di politica.
Qual è la prima proposta che si potrebbe concretamente percorrere in questa direzione?
Intanto fare qualcosa lontano dalle elezioni. Se noi riprenderemo a dialogare intorno al 2004, quando ci saranno le prossime elezioni europee, la nostra collaborazione sarà poco credibile.
Io sono convinto che dobbiamo legare strettamente il nostro discorso a quello della montagna. La problematica delle minoranze linguistiche è ancora elitaria, l’utilizzo del patuà è ancora avvertito come una dimostrazione di povertà o di minorità. Il problema etnico poi fa sempre un po’ paura. Se invece facciamo capire che le minoranze linguistiche dell’arco alpino sono legate ai problemi della montagna - il futuro dello sci, l’economia, l’artigianato, l’agricoltura - possiamo trovare il bandolo della matassa.
a cura di Diego Anghilante
OUSITANIO VIVO - Anado XXVII - n° 4 - abril 2000 - N° 244