Per un'estòria religiosa de l'Occitania /1
DALMAZZO
E LA LEGIONE TEBEA
Inizia con questo numero una nuova rubrica che, con interventi peraltro modesti,
percorrerà la storia nel corso dei secoli della cultura religiosa nelle valli
Occitane, con riferimenti, quando sarà il caso, alle zone limitrofe, cercando
di cogliere il significato, al di là delle fonti storiche ufficiali e delle
interpretazioni pseudo oggettive dei fatti, di tale religiosità, permeata talvolta
da tradizioni e culti di matrice non strettamente ortodossa, tramandatisi fino
ai giorni nostri. Si cercherà insomma di fare una panoramica storica generale
di come il Cristianesimo, nel corso del tempo, abbia condizionato, se non addirittura
plasmato la cultura occitana alpina che, pur con le sue peculiarità, non è mai
stata cosa a sè in relazione all’area Occitana presente fino ai Pirenei. Per
fare tutto ciò è necessaria peraltro la collaborazione di tutti coloro che,
interessati all’argomento, abbiano voglia e tempo di portare a conoscenza degli
altri fatti, notizie, ricordi tramandatisi magari nell’ambito famigliare, riguardanti
l’oggetto della nostra ricerca, così da creare una sorta di archivio, e qui
il nostro obbiettivo si fa sicuramente immodesto ma estremamente interessante.
Tutto ciò in quanto nello studio delle culture tradizionali si presenta sovente
il fatto che alcune persone conoscono avvenimenti, particolari modi di dire
o accadimenti vari da sempre presenti nella trasmissione orale tra generazioni,
di cui non si ha però la consapevolezza dell’eventuale valore storico-documentale.
Si parlerà anche dei movimenti ereticali, presenti in modo assai diffuso nell’Occitania
Sud Occidentale (Catari) e in alcune zone del nord Italia (Valdesi-Catari),
ma con influssi senza dubbio importanti, anche se circoscritti geograficamente
nelle nostre vallate. La storia dell’evangeliz-zazione è ovunque caratterizzata da una serie notevole
di tradizioni ove leggenda e realtà finiscono per confondersi, rendendo il più
delle volte difficile comprendere quanto di vero sia accaduto. E’ certa comunque,
o almeno da quasi tutti gli storici accettata, la presenza nelle nostre valli
Vermenagna, Gesso e Stura, nella prima parte del III secolo d.C.di San Dalmazzo.
Non mancava allora nei nostri paesi qualche sporadico caso di cristianesimo,
se non altro per il frequente avvicendarsi di funzionari imperiali e militari
romani già evangelizzati, e per i continui contatti commerciali con la Gallia
Transalpina, ove già esistevano forti nuclei cristiani, in particolare a Nizza
e Lione. Tuttavia predominava pressochè incontrastata una cultura di stampo
pagano, pur in forme non ben definite e sicuramente varie. La tradizione Cristiano-popolare
nei secoli successivi presenta la figura del santo secondo uno schema tipico
dell’agiografia medioevale. Dalmazzo, di nobili origini romane, apparteneva
infatti alla “famiglia Flavia Secunda”, e si era proposto il compito di cristianizzare
i popoli pagani, dopo aver ovviamente abbandonato tutti i beni di famiglia.
Alcuni storici, in contrapposizione (Gabotto) lo identificano in un predicatore
venuto non si sa bene come e perchè da lontane terre straniere. Più probabilmente,
come alcuni studi recenti denotano, era di origine locale; ma qualunque sia
stata la sua provenienza, è entrato prepotentemente nella tradizione popolare
successiva come un Santo taumaturgo di eccezionali capacità. Si tramandano infatti
sue guarigioni miracolose ad Alba, a Milano e fino in Provenza. E fu proprio
al ritorno da uno dei suoi viaggi al servizio del Vangelo che trovò la morte,
si dice, il 5 dicembre 254 d.C. alla confluenza dei fiumi Gesso e Vermenagna
presso il nucleo abitativo di Pedona (1)
attuale Borgo San Dalmazzo, assalito, non si sa bene da chi, con alcuni suoi
compagni e con alcuni abitanti del luogo giunti ad accoglierlo. Come abbiamo
detto, le fonti agiografiche fanno di Dalmazzo un martire del III secolo, ucciso
appunto ai tempi dell’Imperatore Gallieno e di Papa Cornelio, ma tutto ciò richiederebbe
uno studio molto approfondito e soprattutto critico, in quanto in realtà non
esistono testimonianze dirette dell’epoca in questione. La fonte più antica
in proposito, ma anch’essa comunque discutibile, è un’omelia “In dedicatione
Ecclesiae”, attribuita al vescovo di Cimiez Valeriano, negli anni 450-460. Testo
in cui, riferendosi al valore umano e religioso del martirio, si accenna appunto
ad un martire divenuto tale nel luogo ove “due rivi limpidissimi mescolano le
loro acque”. (2) Per riprendere
peraltro il discorso su quanto è stato trasmesso nei secoli dalla memoria popolare,
alcuni Santi, quali Magno, Costanzo, Besso, che la tradizione identifica appunto
come appartenenti alla famosa Legione Tebea, sono stati invece, da alcuni studi
recenti, riportati nell’ambito di una più probabile influenza Dalmaziana, come
suoi eventuali discepoli nel periodo successivo al martirio. Si inserisce a
questo punto un discorso complesso su quello che fu effettivamente l’influsso
e l’importanza della cosidetta “Decima Legio” la famosa Legione Tebea appena
citata. Denominata in molti modi (Angelica Legio, Beata Legio) viene nominata,
ad esempio, nel 434 dal Vescovo di Lione Eucherio nella “Passio Acaunensium
Martyrum” (3). La tradizione
riporta di un contingente di Legionari Romani reclutati “in natione thebea”
(Egitto), inviati nel 286 da Diocleziano nei pressi di Martygny (Octodurium),
in aiuto delle truppe già presenti sul luogo, impegnate contro le popolazioni
locali. La legione sembra che si rifiutò, in quanto composta completamente dai
soldati cristiani, di massacrare popolazioni inermi, e fu così passata per le
armi. In questa versione, che è forse la più attendibile, è verosimile pensare,
tenuto conto della consistenza numerica della legione, ad una decimazione, il
che spiegherebbe e renderebbe logica la sopravvivenza di molti che in seguito,
disertando, si rifugiarono nelle regioni più remote dell’arco alpino, facendo
così opera di evangelizzazione. Si ricordano almeno 400 nomi di soldati della
legione scampati all’esecuzione di “Agaunum”, diventati successivamente oggetto
di culto e ovviamente santificati; di questi almeno una cinquantina in Piemonte
e altri ancora in Francia, Svizzera, Germania. Ovviamente l’elenco è incompleto
e comunque non sempre attendibile, sta di fatto che le figure di questi santi,
passati nella tradizione popolare come protettori di paesi, guaritori, guerrieri,
praticamente sempre martiri, compaiono quasi ovunque rappresentati in divisa
da legionari nell’iconografia locale (cappelle, quadri, affreschi). E’ anche
significativo il fatto che tutti questi valorosi, scampati ad una condanna ingiusta,
siano rimasti poi vittime delle popolazioni locali, o almeno di una parte di
esse, come reazione alla pretesa di evangelizzazione, che avrebbe comportato
l’abbandono di antichi culti e tradizioni insiti nella cultura del tempo. Paolo
Secco
^ (1) - L’allora Pedona
era sicuramente uno dei maggiori centri abitativi del Sud Piemote. Assunta a
Municipium. già nel I° secolo d.C. era sede di una “statio doganale” per il
controllo del traffico attraverso i valichi delle Alpi Marittime, con l’imposizione
di un dazio pari al 2,5% del valore delle merci in transito (Quadragesima Galliarum)
^ (2) - “Storia religiosa
delle Valli Cuneesi - Diocesi di Cuneo” a cura della Curia Vescovile, Cuneo.
^ (3) - “San Dalmazzo di
Pedona” C. Tosco -SSSAA di Cuneo, 1996. “Le vie della fede attraverso le Alpi”
C.Bocca - M. Centini, Ivrea, 1994.
OUSITANIO VIVO - Anado XXVII -
n° 3 - mars 2000 - N° 243