MODESTA PROPOSTA

Negli ultimi numeri del giornale (O.V. 240 e 241) Dino Matteodo ha analizzato con notevole acume il significato storico che la legge 482 assume per la minoranza occitana in Italia. Mi ha colpito in particolare il passo dove sottolinea l’importanza del consenso che occorre stimolare intorno alle prospettive che la legge potenzialmente contiene: “per gli occitanisti di tutte le stagioni, scrive Matteodo, questa legge non è un punto di arrivo, ma una sfida per un nuovo modo di lavorare. Non è detto che tutti se ne rendano conto. Tuttavia ci pare evidente che questa legge sarà una buona opportunità solo se sapremo costruire le necessarie alleanze, ottenere l’indispensabile consenso della gente, avviare nuovi strumenti operativi, solo se sapremo essere pragmatici e concreti.” Proprio perché la legge costituisce un punto di partenza, una base sulla quale cominciare, o ricominiare, a lavorare, è necessario per prima cosa che tutti siano disposti a entrare in una nuova ottica, facendo se necessario qualche atto di buona volontà. E’ inutile nascondere che la storia di questi 30 anni di occitanismo è stata contrassegnata da aspre divisioni interne e da lotte fraticide che hanno gravemente ritardato il riconoscimento della nostra identità. Ora non è certamente cercando di incollare insieme cocci che non collimano nemmeno più che si può aprire un capitolo nuovo della nostra storia. La cosa migliore è guardare avanti, abbandonare le dietrologie e le attribuzioni di responsabilità passate, e cercare in forze fresche e nelle generazioni più giovani coloro che dovranno sostenere l’immenso lavoro che ci aspetta, se vogliamo rimediare all’ingiustizia secolare che il popolo occitano ha patito. Ma nonostante ciò si deve, almeno da parte delle componenti più responsabili del mondo occitano, mettere in atto un tentativo serio e onesto di capire le ragioni altrui. Noi di Ousitanio Vivo dobbiamo a François Fontan una visione chiara, non fumosa o romantica della problematica occitana e più in generale etnica. Ma le rigidità teoriche della sua dottrina hanno contribuito a scavare divisioni e fossati che si sono poi riempiti, come sempre accade nei movimenti ristretti, di incompatibilità umane e di rancori personali. Se vogliamo davvero essere, come scrive Matteodo, “pragmatici e concreti” dobbiamo avere il coraggio di fare il primo passo verso una “pacificazione” che promuova il recupero delle tante intelligenze e competenze prodotte dalle Valli Occitane nei decenni passati. Perché ad esempio non pensare a un Manifesto o a una Carta nella quale si possano riconoscere i movimenti, le riviste, gli studiosi, i gruppi musicali, i politici e le istituzioni pubbliche, insomma tutti coloro che intendono fare di questa legge e di questo momento storico un punto di svolta? I contenuti di questo Manifesto dovrebbero essere essenziali e minimi, tali da non offrire spunti polemici a chiunque sia armato di buona fede e libero da pregiudizi. Proviamo a delinearne una traccia empirica: 1) esiste una lingua occitana diffusa tra Francia, Italia e Spagna e divisa in dialetti intercomprensibili; 2) questa lingua, così come la cultura e la tradizione ad essa inerenti, ha diritto di continuare ad esistere e anzi di svilupparsi al pari delle altre lingue e culture europee; 3) questo diritto può affermarsi principalmente attraverso forme progressive di autonomia amministrativa, attraverso la stretta correlazione di identità e sviluppo economico, attraverso un’opera di ricomposizione della frammentazione linguistica causata dal secolare status di “patois”... Il migliore augurio che posso fare è che qualche occitanista di buona volontà - non importa se di vecchia data o ultimo arrivato - riprenda, trasformi o completi questa bozza del tutto approssimativa, e che essa possa servire a girare pagina, avviando un processo di rinascita della nostra comunità occitana che trova finalmente nella legge il quadro istituzionale e gli strumenti per realizzarsi.

Diego Anghilante


OUSITANIO VIVO - Anado XXVII - n° 3 - mars 2000 - N° 243