Intervista a Domenico Maselli, relatore alla Camera della legge sulle minoranze linguistiche
UN ITALIA AL PLURALE

L’on Maselli ha 66 anni e vive a Lucca. E’ stato per lungo tempo professore di Storia del Cristianesimo all’Università di Firenze. Pur non essendo valdese è pastore di una chiesa valdese. Deputato dei DS dal 1994, si è in precedenza interessato di ecumenismo, specie nell’ambito dei movimenti evangelici italiani: il cristianesimo, ci dice, o è unità o non esiste. Sono convinto che nel mondo c’è una lotta tra ciò che porta all’unità e ciò che porta alla distinzione, che di solito è il nostro egoismo. E l’egoismo è pericoloso quando vuole che gli altri diventino come noi. Quindi un paese è civile se tutela i diritti di tutte le minoranze.

On. Maselli, perché ha deciso di intraprendere una carriera politica a 60 anni?

Sono convinto che in Italia manca ancora la cultura dei diritti civili. Perciò la mia prima battaglia in Parlamento è stata sull’immigrazione. Sono stato il relatore della legge sull’immigrazione. Era una prova di grossa difficoltà. Anche in quel caso ho cercato di contemperare le varie esigenze: qualla della sicurezza dei cittadini con quella dell’integrazione. Convinto come sono che oggi non ci sia altra strada, per i problemi del terzo mondo ma anche per i nostri problemi: per esempio, che pagherà le nostre pensioni se non c’è una vera integrazione degli immigrati?

Come ha incontrato la legge sulle minoranze linguistiche?

Fin da ragazzo ho avuto un interesse particolare per l’occitano. Pensi che nel 1956 accompagnai in tutte le parrocchie delle valli valdesi un grande filologo romanzo svizzero, che voleva verificare la situazione dei patois occitani. Quindi direi che non ho incontrato la legge ma che la legge ha incontrato uno che aveva quelle idee dentro. Io penso che il diritto alla religione e il diritto alla lingua siano la stessa cosa. Nel caso degli occitani poi c’è anche l’idea che questa grande lingua sia stata costretta a diventare minoritaria dopo la crociata degli Albigesi. Dunque fin dal primo momento avevo cercato di fare una legge sulle minoranze...

E quali sono state le difficoltà maggiori incontrate dalla legge nel suo iter parlamentare?

Se non sbaglio era la quinta legislatura che si elaborava una legge sulle minoranze linguistiche, senza che riuscisse mai a giungere alla conclusione. Per cui la prima idea fu: vuoi vedere che davvero questa legge mena gramo? La prima difficoltà era data dalla confusione tra le lingue minoritarie e i dialetti italiani. Io so che essi in realtà sono lingue, perché l’italiano nasce dalla loro sintesi. Ma appartengono comunque a uno stesso ceppo. So anche che va tutelata la loro letteratura: non posso pensare che il "Cunto de li cunti" di Basile, le commedie di Eduardo De Filippo o le poesie piemontesi di Brofferio siano meno importanti della letteratura in lingua italiana. Ma questo è un conto. E quello delle lingue minoritarie di radice straniera un altro. Secondo me queste lingue sono il ponte tra l’Italia e gli altri paesi. Molti non riescono ancora a capirlo perché abbiamo coltivato per troppi anni il mito manzoniano dell’Italia "una di lingua, di mente e di corpo". Non è vero: l’Italia è uno dei paesi più plurali che esistano, e questo nasce da Augusto, che ebbe il coraggio di non creare una provincia Italia ma di lasciare ogni città libera di avere i suoi duumviri...

Mi perdoni onorevole, ma tornerei alla legge. C’è stato un momento in cui ha temuto che la legge potesse essere stravolta o fermata?

Non c’è stato un momento, ce ne sono stati tanti. All’inizio, quando ho cercato di spiegare che non era in atto una demolizione dell’Italia e ho dovuto accettare che si inserisse il riferimento all’italiano come lingua ufficiale. Poi, quando avevamo quasi finito l’iter in commissione, salta fuori che tutta la parte scolastica non teneva conto dei Decreti Delegati. Ho dovuto farmi dare dal Ministero dell’Istruzione un testo concordato con i suoi funzionari. Il momento forse più drammatico è stato quando siamo andati in aula e lo stesso Ministero non riconosceva più il testo che loro mi avevano dato. Il Ministero del Tesoro diceva che non c’erano i 200 miliardi. Ed io a spiegare che con questa legge possiamo partecipare alla spartizione dei 50 mila miliardi che ogni anno l’Unione Europea e il Consiglio d’Europa danno per le lingue minoritarie. Le quali si trovano quasi tutte in zone povere e depresse, per cui questi miliardi possono diventare fondamentali per il rilancio del territorio. Ho avuto paura sino al momento in cui siamo entrati in aula. Lì ho sentito dire le bestialità più grandi. Da una parte c’erano gli urli di quelli che non volevano la tutela delle lingue minori, dall’altra le urla di quanti volevano tutelare il loro particolare idioma...

Si è rischiata un’esplosione babelica, dove ognuno voleva tutelare il suo angolino...

Naturalmente io non ho ceduto su questo punto. Mi sono arreso soltanto sui rom, e devo dire con molto dolore. Vorrei cogliere l’occasione della sua intervista per dire che la lingua rom è presente in Italia dal 1300, i primi testi scritti sono del 1380. Non possiamo ignorare che esiste.

Tra tanti avversari, in primis il senatore Andreotti, ha trovato anche colleghi che l’hanno sostenuta?

Voglio fare una nota di merito per un deputato di A.N., Aloi, che per difendere i suoi albanesi di Calabria ha difeso la mia legge, nonostante tutto il suo partito fosse contrario. Altri casi lodevoli sono quelli di Massa dei DS, che si è dato molto da fare. Ovviamente Caveri e tutti quelli delle minoranze linguistiche. Fontan, Barral e Brignone della Lega Nord. Forse solo in Forza Italia non ci sono stati appoggi particolari. Un atteggiamento aperto e di discussione l’ha avuto Teresio Delfino. <@domande:>

E ora a cosa sta lavorando? <@:>

Ora vorrei portare a termine la legge sugli sloveni, che sembra debba cadere da un momento all’altro. Questa legge diventa fondamentale per rispondere a Haider, a come sono trattati gli sloveni in Carinzia: dimostrando che l’Italia fa una autentica legge di tutela per gli sloveni si dà una risposta internazionale. Serve anche per i nostri italiani in Croazia... Noi dobbiamo, senza aspettare nessuna reciprocità da altri, essere rispettosi dei diritti di tutti. Il problema vero è educare gli italiani ai diritti civili, far capire che l’uomo non vive di solo pane: non esistono solo i problemi economici ma anche problemi attinenti la dignità dell’uomo. Se tu togli all’uomo la sua lingua materna gli togli uno dei primitivi diritti, gli togli le radici.

Onorevole, lei conosce abbastanza bene la realtà delle Valli Occitane. Adesso che è passata la legge pensa che, realisticamente, ci siano ancora margini per una rinascita?

Una festa come quella di Roccavione del 26 febbraio mi fa pensare di si. Certo un ritardo di 50 anni pesa moltissimo. Credo che se rifacessi la strada del ’56 troverei situazioni ben diverse. Per questa ragione io non sono d’accordo di introdurre nella legge sugli sloveni un censimento: perché esso non potrebbe che segnalare il degrado attuale. Noi dovremmo fare i censimenti tra 20 anni, se adesso riusciamo a recuperare davvero. Da questo punto di vista bisognerebbe che anche la Chiesa desse il suo contributo. Per esempio la traduzione in friulano della Bibbia è stata una cosa estremamente importante. Io credo che possiamo non perdere mai la speranza. Non farei queste leggi, che sono l’unico orgoglio di una strana carriera politica iniziata a 60 anni, se non credessi che il nostro paese ha dentro di sè tante risorse.

A cura di Diego Anghilante


OUSITANIO VIVO - Anado XXVII - n° 3 - mars 2000 - N° 243