Per un’estòria religiosa de l’Occitània/32

Il monachesimo nelle terre d’oc
Da Sant’Antonio abate, con il suo maialino, a Sant’Onorat

Sant’Antonio eremita ancora oggi occupa gran parte dell’iconografia religiosa nelle nostre valli. Non è insolito ritrovarlo raffigurato nei piloni di  campagna e montagna con il bastone a forma di “tau o T” (simbolo della croce nella cultura  cristiano–egiziana), qualche volta con una campanella, sovente accompagnato da un piccolo maialetto.  E’ considerato infatti protettore degli animali da cortile, come ci narra una novella di Boccaccio, e di conseguenza – il passo è breve -  garante dell’abbondanza dei raccolti.  La presenza del porcellino  è stata  spiegata con  il privilegio accordato ai monaci antoniani, nel medioevo, di allevare maiali, cosa peraltro abbastanza dubbia in quanto non in tutte le regioni questa  possibilità fu concessa.  Il maialetto può essere legato anche al grasso di tale animale che i frati dell’ordine usavano, rifacendosi al Santo, per curare un herpes chiamato “fuoco di Sant’Antonio”: una malattia originata dalla segale cornuta, vero flagello dell’epoca, per il quale esistevano ben pochi rimedi oltre le cure applicate dai nostri frati. In effetti il fuoco è spesso rappresentato in mano al Santo, su di un libro e, qualche volta, ai suoi piedi.

La campanella, invece, è da mettere in relazione all’abitudine  degli stessi Antoniani di fare la questua  annunciandosi con un campanello. La festa di Sant’Antonio ricorre il 17 gennaio ed era celebrata quasi ovunque nelle Valli Occitane, proprio per questa sua caratteristica di protettore degli animali e dei raccolti, cosa di indubbia importanza in ogni società contadina. Ma in alcune località assumeva un duplice aspetto, legato  sicuramente alle esigenze agricole ma anche all’inizio di un periodo particolare, il carnevale. Questo si verificava, fino a pochi decenni or sono, in particolare a Bellino, ove la sera del 16 gennaio si dava ufficialmente il via ai festeggiamenti, con tre maschere molto particolari, dette “ermites” o eremiti, delle quali una rappresentava un porcellino, una un frate – forse lo stesso Sant’Antonio -  con bastone e lunga barba, e la terza portava sovente in braccio una cesta con un porcellino e, qualche volta,  un pentolino con acqua, usata dal Santo per benedire gli animali ed eventualmente guarire gli ammalati. Questa tradizione è legata probabilmente alla presenza in valle di monaci sul finire del medioevo.

Ritorniamo agli inizi del monachesimo in occidente. Se l’Africa e il Medio Oriente, fino alla fine del IV secolo, avevano conosciuto una grande crescita in campo monastico, anche grazie a personalità  di grande prestigio quali Agostino d’Ippona, il futuro Sant’Agostino,  anche in occidente si registrarono nuovi fermenti. E’ il caso del monachesimo di Lerino, l’attuale Lérins, in territorio provenzale,  di fronte alla città di Cannes.  Agli inizi del V secolo Sant’Onorato, con l’approvazione del vescovo di Fréjus, aveva fondato sull’isola un monastero che avrebbe poi assunto il suo nome. Basato all’inizio su una regola simile a quella Agostiniana, proveniente quindi dall’oriente, il monastero assunse grande importanza soprattutto quando il suo fondatore fu eletto vescovo di Arles, all’epoca la più importante sede ecclesiastica dell’Occitania del sud e sede di importanti studi ecclesiastici e teologici. Onorato influenzò con i suoi abati le regole e la fondazione dei  monasteri in tutta l’area del Mediterraneo. Altrettanto importante fu l’opera di Cassiano, che già abbiamo avuto modo di ricordare, monaco di origini orientali, forse balcaniche, che a cavallo fra IV e V secolo fondò presso Marsiglia due monasteri, uno maschile ed uno femminile, e, iniziò al monachesimo alcuni adepti nell’attuale zona di Aix, ove sorse un’Abbazia nei pressi della grotta della “Sainte-Baume”, località legata agli ultimi anni di vita di Maria Maddalena.

Giungiamo a questo punto a colui che è considerato il vero fondatore del monachesimo occidentale. Benedetto da Norcia, monaco italiano attivo fra il 480 e il 547 esclusivamente in Italia centrale, che però, proprio per merito dei suoi discepoli e della stessa autorità ecclesiastica, in breve condizionò l’esistenza di quasi tutti i monasteri in Europa. Non è il caso di  descrivere dettagliatamente quella che fu la sua Regola, basta dire che San Benedetto fu considerato “Vir Dei”, ovvero l’uomo di Dio, che raggruppa in sé tutte le virtù salvifiche del monaco, la spiritualità, il sacrificio, e, non ultimo, il potere taumaturgico. Nel 529 Benedetto si trasferì definitivamente a Montecassino, e, evangelizzando la popolazione ancora in parte pagana, vi risiedette fino all’anno della morte. La sua Regola, superando quelle monastiche precedenti, ricerca un rapporto particolare con Dio attraverso la preghiera, non solo comune ma anche interiore e individuale, ma soprattutto ridà importanza al lavoro quotidiano, come mezzo di sostentamento ma anche di ricerca spirituale, attraverso il contatto con la natura e con i problemi materiali della quotidianità. E’ un modo nuovo di porsi nei confronti della vita eremitica precedente, già in parte superata dalle esperienze prima citate, ma non ancora trasformatasi in vera comunità. Nella Regola benedettina viene per la prima volta introdotto il “Capitolo”, o assemblea dei monaci, in cui tutti, almeno inizialmente, potevano riferire le proprie convinzioni,  l’elezione dell’abate avveniva dunque ad opera della comunità, e non più per designazione da parte dell’abate ancora in carica. Importante fu dal punto di vista culturale l’uso del latino nelle definizione e nelle descrizioni della Regola. Mentre la lingua insegnata nelle scuole era ormai un idioma morto e non più attuale, il latino usato dai monaci si presentò invece come lingua viva, colmo di quelle novità e trasformazioni che porteranno, più tardi, alla formazione delle nuove lingue romanze.

Paolo Secco tlvsec@tin.it

 


OUSITANIO VIVO - Anado XXX - n° 2 - febrier 2003 - N° 275