A proposito dell’edilizia selvaggia
ereditata dagli anni ’60 e ’70
Cosa fare degli ecomostri delle Valli?
Negli anni ’60 e ’70 due fenomeni hanno inciso profondamente sul territorio delle Valli Occitane: lo spopolamento e lo sviluppo del turismo legato agli impianti di risalita. Nei primi anni ‘60 l’Italia del nord viveva un grande boom economico legato al repentino sviluppo dell’industria automobilistica e quindi aveva un grande bisogno di braccia , che arrivarono dal Sud, ma anche dalle nostre valli, il che significò per noi lo spopolamento e la perdita, forse irreparabile, di un tessuto sociale che fino a quel momento aveva retto alla povertà e sinanco alla guerra. Insieme al lavoro nelle città il benessere si espanse e consentì, tra le altre cose, ad un numero sempre maggiore di persone di cercare occupazioni piacevoli per il tempo libero. Nel periodo invernale, dalle nostre parti, questo ha significato soprattutto la pratica dello sci alpino.
Accanto alle stazioni, diciamo così, naturalmente vocate come Limone, sia per l’abbondanza delle precipitazioni che per la loro collocazione geografica (vicinanza a Cuneo ma anche alla Costa Azzurra) ma anche per una orografia favorevole alla pratica dello sci, nacquero piccole stazioni in altre vallate, meno vocate: distanze maggiori da percorrere in auto, mancanza della ferrovia e di sbocchi con la Francia, possibilità di evoluzione degli impianti più limitate.
Il vero business, però, non sono mai stati gli impianti, che, se andava bene, pareggiavano i conti, ma tutte le infrastrutture che accanto ad essi nascevano: seconde case, alberghi, ristoranti, discoteche, negozi di articoli sportivi e così via. Per cui, in pratica, si facevano impianti per vendere case, terreni, e quant’altro. Naturalmente le società che gestivano gli impianti avevano una grossa fetta del vero business, che però regalava briciole anche a quei pochi residenti rimasti, che trovavano lavoro come maestri di sci, addetti agli impianti, gestori di negozi o, in qualche caso veramente raro e fortunato, di alberghi.
Fu un periodo relativamente felice per le nostre valli, abituate da cinquant’anni ad una economia di pura sussistenza, se non addirittura di povertà, ed a molti parve di aver finalmente trovato il bandolo della matassa: agli speculatori (certamente non locali) le amministrazioni fecero ponti d’oro, concedendo permessi di costruzioni su terreni agricoli, pascoli o addirittura in zone a rischi di valanghe, accentrando spesso in un solo paese tutte le cubature di costruzione di un’intera valle; consentendo la costruzione di edifici che nulla avevano a che fare con la tradizione locale, sia sotto il profilo delle dimensioni, simili a quelle dei condomini di periferia delle grandi città industriali, sia sotto il profilo dei materiali impiegati (cemento armato, ferro, tegole di cemento), sia sotto il profilo estetico - architettonico.
Gli alloggi di questi condomini furono venduti come seconde case, utili a chi praticava lo sci nei fine settimana o durante le vacanze di Natale; quasi nessuno fu usato da famiglie che risiedevano stabilmente nei paesi.
Fare nomi di paesi delle nostre valli ridotti a squallidi esempi di periferia suburbana sarebbe come sparare sulla Croce Rossa: basta guardarsi intorno là dove esiste un impianto a fune qualsiasi per capire. Ma, mentre in alcuni (rari) casi questo sacrificio fu giustificato dallo sviluppo del paese, in altri casi le cose non andarono proprio così.
Nel frattempo, infatti, come sempre accade più o meno rapidamente ai fenomeni che non hanno una reale base produttiva, la situazione ha cominciato a cambiare, da una parte in modo inaspettato (i cambiamenti climatici che sono ormai un fatto certo); dall’altra, prevedibilmente, la vacanza sulla neve si è evoluta: il livello tecnico medio degli sciatori si è alzato, grazie anche all’adozioni di nuovi materiali, la mentalità del turista è cambiata di conseguenza, e quindi lo sciatore ta: il livello tecnico medio degli sciatori si è alzato, grazie anche all’adozioni di nuovi materiali, la mentalità del turista è cambiata di conseguenza, e quindi lo sciatore di oggi non è più disposto a lunghe code né a ripetere all’infinito la stessa pista. Inoltre l’adozione di sofisticati mezzi meccanici di battitura necessari per rendere le piste simili a biliardi richiede investimenti e manutenzione costante, i cannoni per la neve artificiale non solo costano, ma hanno anche bisogno di basse temperature e di ingenti quantità di acqua in un periodo, quello invernale, in cui nei rii ce n’è pochina.
Non solo le piccole stazioni non sono più state in grado di reggere la concorrenza ma, cosa assai più importante, il business principale, vale a dire la costruzione e la vendita di seconde case, è cessato per saturazione del mercato. Finiti i guadagni i capitali si sono trasferiti altrove, lasciando alle amministrazioni locali i resti del banchetto: impianti in grave crisi tecnica, lenti, da rinnovare, o almeno da collaudare, ed un paesaggio devastato dall’edilizia selvaggia che adesso nessun turista vuole più prendere in considerazione neanche per un soggiorno. Una situazione chiusa alle nuove prospettive di sviluppo, che richiedono ambienti gradevoli, architetture tradizionali, insomma una vera evasione dall’ambiente urbano, che viene vissuto come stressante ed ostile.
Che possono fare ora gli amministratori per riprendere la via di uno sviluppo turistico che sembra aver preso ormai altre direzioni? Per gli impianti credo sia giunto il momento, ormai ineludibile, delle decisioni coraggiose, vale a dire: investimenti di denaro solo più nelle stazioni che hanno le caratteristiche richieste dal pubblico, cioè grandi comprensori che magari abbracciano valli diverse (vedi Pra Loup), che hanno impianti a quote elevate (il caldo avanza), che hanno la possibilità di usare la neve artificiale anche per lunghi periodi e che sono dotati di impianti di risalita moderni e veloci.
Tutto il resto è destinato ad una lenta agonia, lo si può tenere in vita a prezzo di grandi sacrifici, ma difficilmente si risalirà la china. Investire grandi capitali a basse quote (meno di 1.500 m) è suicida.
Tenere aperti gli impianti solo i fine settimana significa abbandonare le settimane bianche, non avere acqua e/o cannoni significa non poter entrare nel giro delle agenzie turistiche, che comprano i pacchetti fuori stagione, e vogliono, giustamente, essere certi che i loro clienti faranno la settimana bianca, in qualsiasi condizione. In sostanza, fine delle settimane bianche e lenta fine anche degli alberghi.
Nuove forme di turismo si affacciano però all’orizzonte per le nostre valli, ma si tratta di un turismo di nicchia, esigente e con le idee chiare: gli imprenditori che hanno investito il loro denaro nelle ristrutturazione corretta delle case di Chianale, in alta valle Varaita, per esempio, hanno certamente già ora, ma ancor più in futuro, un ritorno certo dal loro investimento.
Girare invece per le strade di altri paesi è assolutamente deprimente: casermoni con tutte le serrande abbassate e mesti cartelli arancio che recitano al vento non preghiere tibetane ma sconsolati “Vendesi” che dovrebbero far riflettere: sono ecomostri, monumenti di sei – sette piani al cattivo gusto, visibili da qualsiasi prospettiva, che deturpano i paesi e ne tengono lontani i possibili turisti.
Facciamo quindi una proposta, seria e non provocatoria, agli amministratori di questi paesi deturpati: date un esempio, abbattetene uno, uno solo magari in una valle, ed al suo posto costruite una bella casa come sapete certamente fare: dividetela in mini alloggi o addirittura in camere da affittare con sale comuni ed un servizio di cucina, datela in gestione e create qualche posto di lavoro e quindi sviluppate piste di fondo e da escursionismo in quota, che richiedono pochi investimenti. Per arrivarci organizzate il trasporto con bus navetta, magari vietando il transito alla auto private come già da tempo si fa in Trentino ed in Svizzera, costruite un rifugio albergo in loco che dia la possibilità di rifocillarsi ed anche di dormire a prezzi non esosi e può essere che qualcosa cominci a cambiare. Esempi del genere già ci sono nelle valli per iniziativa di imprenditori privati, e hanno notevole successo. Perchè non favorirne un ulteriore sviluppo?
Un amministratore mi ha replicato: “avessimo dei soldi li investiremmo in nuovi impianti di risalita, altro che abbattere gli ecomostri!”. In teoria tutte le opinioni sono valide, ma credo che per progettare il futuro occorra anche riflettere sul passato, nonché soprattutto sul presente. Che è quello sotto gli occhi di tutti.
Ennio Pattoglio
OUSITANIO VIVO - Anado XXX - n° 2 - febrier 2003 - N° 275