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KALENDA MAIA/GAI SABER: Un disco ed un nome
nuovo
"Troubar R'Oc" e la libertà delle radici
Provenienti da Peveragno ed attivi ormai da anni, i
Kalenda Maia hanno presentato alla recente "Fiera
Fredda" il loro nuovo disco, cogliendo l'occasione
per annunciare il nuovo nome della band, che d'ora in poi
sarà Gai Saber. Recentemente al centro di una spiacevole
vicenda che ha visto una associazione occitana del
Pinerolese, contestare il primato sul nome "Kalenda
Maia", per non dare adito a inutili tensioni e lotte
all'interno dei rappresentanti di una stessa cultura, e
come segno di disponibilità, i Kalenda Maia hanno deciso
di cambiare denominazione all'ensemble. Ma passiamo al
disco...
Dopo una intensa e febbrile attività live, le idee
dell'ensemble si sono concretizzate in una raccolta di
brani eterogenea ed efficace, in cui l'appar-tenenza
"forte" all'universo occitano ben si sposa con
una libera creatività ritmico melodica dai confini molto
ampi. Il gruppo è formato da: Chiara Bosonetto (voce),
Elena Giordanengo (arpa, galoubet e tambourin), Giulia e
Teresa Ferrero (galoubet e tambourin), Mauri-zia
Giordanengo (organetto), Paolo Brizio (organetto e
mandolino), Maurizio Giraudo (ghironda, cornamusa,
armonica a bocca, flauti e voce) ed Alessandro Rapa
(bodhran, chitarre, tastiere, programmazioni digitali,
arrangiamenti e voce), e la registrazione del disco ha
visto i contributi importanti di Dario Anghilante (voce
recitante), Valeriano Rovera ed Elio Rivagli alla
batteria.
"Troubar R'Oc", come il titolo preannuncia,
è un viaggio di confine, un per-corso sonoro e
concettuale che non si rassegna al ruolo di difesa e/o
conser-vazione di un patrimonio culturale e musicale, ma
rischia con successo la difficile strada della
rielaborazione espressiva senza cedere alle spinte
genericamente moderniste, come pure alla tentazione pop
di una eccessiva e superficiale contaminazione, ancora al
pericolo sottile di un processo inutile quanto quello
dell'attualizzazione.
Il disco è piuttosto ricerca espressiva di una cultura
delle radici che, lungi dal cadere nel revival o nel
folklore, si trasforma senza timori "puristi"
con arditi arrangiamenti, mantenendo saldo il rigore nel
trattamento del materiale originale linguistico e
cercando di ricostruire, dove necessario, la tela
melodica e ritmica.
I diciassette brani dell'opera attraversano brani
tradizionali della Val Vermenagna, della Val Varaita,
brani originali nati da elaborazioni di tradi-zionali
canzoni giocose, prendono a prestito leggende e storie
delle valli Occitane e della Francia per rivisitare i
luoghi dell'immaginario collettivo di un'episteme vasta e
salda quale quella dell'Ousitanio.
Apre l'opera la "Vida" di Guilhem, recitata da
Dario Anghilante, a cui fa seguito la modernità lirica
di "Farai un Vers de Dreit Nient", elogio del
vuoto e della libertà, rifiuto delle sicurezze
metafisiche del pensiero, "carpe diem" sereno e
saggio sul "dreit nient". Guilhem de Peitieou
è il primo grande affresco del disco, una figura
fondamentale, il "primo" trovatore di certa
notorietà, reso famoso da una produzione lirica
licenziosa e sarcastica, ma autore anche di splendidi
quadri poetici come la suddetta "Farai un Vers de
Dreit Nient". Vissuto tra il 1071 ed il 1126,
Guglielmo di Poitiers, IX Duca d'Aquitania, è il primo
nume tutelare della spregiudicata libertà artistica che
il gruppo adotta nel corso del disco, staccandosi da
accademismi e tradi-zionalisti, e come Guglielmo i Gai
Saber colgono il cuore vivo di una tradi-zione proprio
provando a giocare con essa, con le sue forme ed i suoi
canoni espressivi, con le immagini del mito e con quelle
della poesia in lingua d'Oc.
La travolgente Courenta di "Checalot" diventa
insospettato ska, mentre "A l'Entrada del Temps
Clar", componimento di autore anonimo del XII
secolo, subisce un trattamento ritmico reggaeggiante.
In "Mariabìssoula" il Rigoudoun si fa veicolo
di suggestioni celtiche, per far rivivere la leggenda
misteriosa ed affascinante del mito di Mesulina, con un
gusto melodico-armonico arguto ed efficace.
Un altro punto fermo all'interno di "Troubar
R'Oc" è "Cant Amour Troubèt Partit" con
testo e musica di Peirol, altra figura della tradizione
trobadori-ca avvolta nelle spire del mistero, immagine
ideale del trovatore ramingo, ricco soltanto dell'estro e
del canto. Seguono rivisitazioni tradizionali, Bourèo,
Gigue, Balèt, un Cirele Circas-sien, due Scottish,
Valzer e Mazourco dal vivo ed in studio in cui l'ensemble
mette in mostra una indiscutibile perizia
tecnico-compositiva, un approccio efficace e risolutivo
al problema della convivenza tra strumenti della
tradi-zione e tecnologie.
Icona conclusiva e contraltare ideale a Guglielmo di
Poitiers è Bernat de Ventadourn, forse il trovatore più
noto ed apprezzato dell'intera tradizione: anche questa
volta è la voce di Dario Anghilante ad introdurre
l'affresco dell'autore, tramite la recitazione della
"Vida". Segue una delle quarantuno canzoni
sicuramente attribuite a Bernat, "Tant ai Moun Cor
Plen de Jòia", in cui il tema dell'amor cortese si
fa poesia struggente e mistico canto del creato, della
creatura e della speranza.
Il lavoro del gruppo nel recupero del materiale
tradizionale ha imposto non pochi problemi, primo fra
tutti la mancanza, spesso, di una scansione ritmica
evidente e tramandata, quando non addirittura della
stessa linea melodica. La soluzione adottata da i Gai
Saber in questi casi si fa rispettosa in grande misura
del testo e della pronuncia, molto spesso ricostruendo in
base agli accenti dei testi uno schema ritmico
funzionante. Per quanto riguarda l'aspet-to melodico
l'ensemble ha dovuto talora scrivere nuovamente le linee,
in quanto assenti nei documenti recuperati: in questi
frangenti è risultato evidente come la
"scrittura" del Gai Saber si fosse intimamente
legata all'universo espressivo dei modelli, tanto da
consentire una profondità di respiro naturalmente
tradizionale, ed una libertà di arrangiamento
stimolante.
Un secondo punto di forza del gruppo è la coesistenza di
strumenti tradizionali con organizzazioni sonore
d'impostazione rock: dal galoubet al tambourin, dagli
organetti alla ghironda e alla cornamusa, tutti gli
strumenti acustici antichi hanno convissuto con
sorprendenti risultati con tastiere e chitarre,
programmazioni digitali e campionamenti.
Se quest'ultimo aspetto può essere trovato in molte
produzioni etno-rock di questi tempi, il coraggio dei Gai
Saber sta nell'accostare in uno stesso brano strumenti
tradizionali a tonalità fissa, accettando le
imperfezioni naturali dell'accostamento, la non completa
ortodossia di certi assemblaggi, sacrifi-cando
l'accademismo dell'etnomusicologo in favore
dell'immediata e fresca espressività dei suoni del
passato. I bassi dell'organetto appariranno sicura-mente
troppo "liberi" ad un purista della tradizione,
ma ciò che conta, all'interno della ricetta compositiva
ed esecutiva del gruppo, è l'energia, sono le parole e
le immagini di una poesia sonora e concettuale antica per
cui l'unico modo per vivere e rispettare la tradizione è
farla propria, in modo viscerale e completo. La
dimensione live del gruppo, con una trascinante energia
scenica ed un travolgente impatto sonoro, non si riduce a
musica per ballare, ma si impone in numerosi frangenti
come suono "da ascoltare", meritando lo stesso
rispetto che si è soliti dare alle arcane suggestioni
del folk celtico, alle struggenti melodie della
tradizione nordica come al peso intellettuale di un
ensemble d'avanguardia.
Questi aspetti non impediscono tuttavia al disco di
presentare un trattamento linguistico e fonetico del
materiale tradizionale rigoroso ed assolutamente
attendibile : con la consulenza di Jan Pèire de
Bousquìer e Arturo Genre il gruppo ha adottato nei testi
la grafia elaborata dall'"Escolo Dòou Po",
ser-vendosi di numerosi collaboratori (Franco Bronzat,
Sergio Arneodo, Fausto Giuliano, Franco Delpiano ed Anna
Rita Dutto) e di un'ampia bibliografia sul problema
(citata anche nel disco).
Le registrazioni hanno avuto luogo agli studi MiniRec
di Gigi Guerrieri a Torino, mentre le due parti recitate
da Dario Anghilante al Sound Service di Cuneo. I brani
dal vivo sono stati mixati da Roberto "Mac"
Maccagno dello Studio Rem di Bra.
La produzione è stata affidata alla Compagnia del Birùn
di Peveragno ed a Ousitanio Vivo, due delle realtà più
vive ed importanti nel panorama della cultura occitana
delle valli cuneesi
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